giovedì 23 ottobre 2008    Registrazione  •  Login
 
   
 
   
   
   
 
 

 

dossier2.2.jpg

 

 

rubrica diritti.jpg

 

 

 

archfot.gif

 

 

 

editoriale1.jpg

 

Fanon
 

Frantz Fanon – Perché il Terzo mondo non deve imitare l’Europa.
da “I dannati della terra”, Torino, 2007


Forza, compagni, è meglio decidere fin da subito che è venuta l’ora di cambiare. dobbiamo scrollarci di dosso la grande notte nella quale siamo stati scaraventati, e venirne fuori. Il nuovo giorno che sta sorgendo ci deve trovare saldi, preparati e risoluti.
Dobbiamo lasciare alle spalle i nostri sogni, abbandonare le vecchie certezze e le amicizie di prima della vita. Non perdiamo tempo in sterili litanie o in trasformismi nauseanti. Dimentichiamoci di questa Europa che non ha mai smesso di parlare dell’uomo mentre lo massacrava dovunque lo incontrasse, a ogni angolo di strada, a ogni angolo del mondo.
Ecco che per secoli l’Europa ha bloccato il progresso degli altri uomini e li ha asserviti ai suoi disegni e alla sua gloria; secoli nei quali in nome di una pretesa “avventura spirituale” ha soffocato quasi tutta l’umanità. Guardatela oggi questa Europa, in precario equilibrio tra la disintegrazione atomica e la disintegrazione spirituale.
Eppure a casa sua si può dire che è riuscita a fare tutto sul piano delle realizzazioni.
L’Europa ha assunto la direzione del mondo con ardore, cinismo e violenza. E guardate quanto l’ombra dei suoi monumenti si allunga e si moltiplica. Ogni movimento dell’Europa ha forzato i limiti dello spazio e del pensiero. L’Europa ha negato ogni umiltà, ogni modestia, ma così si è negata a ogni premura, a ogni tenerezza.
Si è mostrata parsimoniosa solo con l’uomo, meschina, carnivora omicida solo con l’uomo.
Allora, fratelli, come si fa a non capire che abbiamo di meglio da fare piuttosto che seguire questa Europa.
Questa Europa che non smette mai di parlare dell’uomo, mai di proclamare che la sua sola preoccupazione è l’uomo, ora sappiamo quali sofferenze l’umanità ha pagato per ogni vittoria del suo spirito.
Forza, compagni, il gioco europeo è definitivamente finito, bisogna trovare dell’altro. Oggi possiamo fare qualsiasi cosa, a condizione di non scimmiottare l’Europa, a condizione di non farci ossessionare dal desiderio di raggiungere l’Europa.
L’Europa ha acquistato una velocità così folle e disordinata da sfuggire a ogni guida, a ogni razionalità, da precipitarsi in una vertigine spaventosa verso abissi dai quali sarebbe molto meglio allontanarsi il più presto possibile.
E tuttavia è anche vero che a noi occorre un modello, degli schemi, degli esempi. Per molti di noi il modello europeo è il più esaltante. Ora, noi abbiamo visto nelle pagine precedenti a quali inconvenienti ci espone una tale imitazione. Le realizzazioni europee, la tecnica europea, lo stile europeo devono smettere di tentarci e confonderci.
Quando, nella tecnica e nello stile europeo, io cerco l’uomo, riesco solo a vedere una successione di negazioni dell’uomo, una valanga di uccisioni.
La condizione umana, i progetti, la collaborazione tra gli uomini nell’impegno di creare l’uomo totale sono problemi nuovi che richiedono vere e proprie invenzioni.
Decidiamoci a non imitare l’Europa e tendiamo i nostri muscoli e cervelli verso una direzione nuova. Impegnamoci a inventare l’uomo totale che l’Europa non è stata capace di fare trionfare.
Da due secoli, una antica colonia europea si è posta l’obiettivo di raggiungere l’Europa. C’è riuscita così bene che oggi gli Stati Uniti d’America sono diventati un mostro nel quale le tare, le malattie e l’inumanità dell’Europa hanno assunto dimensioni spaventose.
Compagni, non abbiamo niente di meglio da fare se non creare una terza Europa? L’Occidente ha voluto essere un’avventura dello Spirito. E’ in nome dello Spirito, dello spirito europeo s’intende, che l’Europa ha giustificato i suoi crimini e legittimato la schiavitù nella quale mantiene i quattro quinti dell’umanità.
Certo, lo spirito europeo ha ben singolari fondamenta. Tutta la riflessione europea si è svolta in luoghi sempre più desertici, in luoghi sempre più ripidi. E’ così che si perde l’abitudine di incontrare l’uomo.
Un dialogo continuo con se stesso, un narcisismo sempre più osceno non hanno cessato di preparare il terreno a una specie di delirio nel quale il travaglio celebrale diventa una sofferenza; le realtà dello spirito europeo non erano quelle dell’uomo vivo, che lavora, che si costruisce, ma solo parole, parole diverse assemblate, tensioni nate dai significati contenuti nelle parole. E tuttavia qualche europeo ha tentato di convincere i lavoratori a spegnere questo narcisismo, a rompere con questo travisamento della realtà.
In linea generale i lavoratori europei non hanno risposto a questo appello. Perché i lavoratori hanno creduto essi stessi di essere partecipi dell’avventura prodigiosa dello Spirito europeo.
Tutti gli elementi per una soluzione dei grandi problemi dell’umanità sono esistiti, in momenti diversi, nel pensiero dell’Europa. Ma l’azione degli uomini europei non ha realizzato la missione che gli competeva e che consisteva nel riflettere con violenza su queste questioni, modificare i loro accomodamenti, il loro modo di essere, a cambiarli, fino a portare il problema dell’uomo a un livello incomparabilmente superiore.
Oggi assistiamo a uno stallo dell’Europa. Rifuggiamo, compagni, da questo movimento immobile dove la dialettica, poco a poco, si è trasformata in logica di equilibrio. Riprendiamo la questione dell’uomo. Riprendiamo la questione della realtà cerebrale, della massa cerebrale di tutta l’umanità della quale occorre moltiplicare i collegamenti, diversificare le reti e riumanizzare i messaggi.
Forza fratelli, abbiamo troppo lavoro da fare per divertirci con giochi di retroguardia. L’Europa ha fatto quello che doveva fare e tutto sommato l’ha fatto bene; smettiamola di accusarla ma diciamole con fermezza che non deve più continuare a fare tanto rumore. Non abbiamo più motivo di temerla, smettiamo dunque di invidiarla.
Il terzo mondo oggi è di fronte all’Europa come una massa colossale il cui progetto deve essere quello di tentare di risolvere i problemi che l’Europa non è riuscita a risolvere.
Ma allora è importante non parlare di utili, non parlare di accelerazione, non parlare di ritmi. No, non si tratta di un ritorno alla Natura. Si tratta molto concretamente di non spingere gli uomini in una direzione che possa mutilarli, di non imporre ai cervelli ritmi che rapidamente possano annullarli e sconvolgerli. Non bisogna, col pretesto di raggiungere, confondere l’uomo, strapparlo da sé stesso, dalla sua essenza intima, farlo a pezzi, ucciderlo.
No, noi non vogliamo raggiungere nessuno. Vogliamo piuttosto camminare sempre, giorno e notte, in compagnia dell’uomo, di tutti gli uomini. Non bisogna diradare la carovana, perché allora ciascuno si accorgerebbe a malapena solo di chi lo precede e gli uomini che non si riconoscono, si incontrano sempre meno, si parlano sempre meno.
Si tratta, per il terzo mondo, di ricominciare una storia dell’uomo che sappia tenere conto sia delle teorie a volte prodigiose sostenute dall’Europa, sia dei suoi crimini, tra i più odiosi che si siano mai visti, dello scollamento patologico dalle sue funzioni, dello sbriciolamento della sua unità, della rottura di una collettività, delle stratificazioni, delle tensioni sanguinose tra le classi e, infine, alla sommità della scala, degli odi razziali, della schiavitù, dello sfruttamento e soprattutto del genocidio esangue che ha escluso un miliardo e mezzo di uomini.
Dunque, compagni, non paghiamo tributi all’Europa creando Stati, istituzioni e società che si ispirino ai suoi modelli.
L’umanità si aspetta altro da noi, che non sia una imitazione caricaturale e nell’insieme oscena.
Se noi vogliamo trasformare l’Africa in una nuova Europa, l’America in una nuova Europa, allora affidiamo agli Europei i destini del nostro paese. Sapranno fare certamente meglio dei migliori tra noi.
Ma se vogliamo invece che l’umanità avanzi di una tacca, se vogliamo portarla a un livello diverso da quello in cui l’Europa l’ha ridotta, allora bisogna inventare, bisogna scoprire.
Se vogliamo rispondere alle attese dei nostri popoli, bisogna cercare altrove ma non in Europa.
Di più, se vogliamo rispondere alle attese degli Europei, non dobbiamo rinviare loro un’immagine, anche ideale, della loro società e
oro pensiero, verso i quali essi provano episodicamente una nausea immensa.
Per l’Europa, per noi stessi e per l’umanità, compagni, bisogna farsi una nuova pelle, sviluppare un pensiero nuovo, tentare di costruire un uomo nuovo.

Pubblicato nel 1961


 

  Frantz Fanon – Les damnés de la terre
Paris, La Découverte, 2002
Conclusion


Allons, camarades, il vaut mieux décider dès maintenant de changer de bord. La grande nuit dans laquelle nous fumes plongés, il nous faut la secouer et en sortir. Le jour nouveau qui déjà se lève doit nous trouver fermes, avisés et résolus.
Il nous faut quitter nos rêves, abandonner nos vieilles croyances et nos amitiés d’avant la vie. Ne perdons pas de temps en stériles litanies ou en mimétismes nauséabonds. Quittons cette Europe qui n’en finit pas de parler de l’homme tout en le massacrant partout où elle le rencontre, à tous les coins de ses propres rues, à tous les coins du monde.
Voici des siècles que l’Europe a stoppé la progression des autres hommes et les a asservis à ses desseins et à sa gloire ; des siècles qu’au nom d’une prétendue «aventure spirituelle » elle étouffe la quasi-totalité de l’humanité. Regardez-la aujourd’hui basculer entre la désintégration atomique et la désintégration spirituelle.
Et pourtant, chez elle, sur le plan des réalisations on peut dire qu’elle a tout réussi.
L’Europe a pris la direction du monde avec ardeur, cynisme et violence. Et voyez combien l’ombre de ses monuments s’étend et se multiplie. Chaque mouvement de l’Europe a fait craquer les limites de l’espace et celles de la pensée. L’Europe s’est refusée à toute humilité, à toute modestie, mais aussi à toute sollicitude, à toute tendresse. Elle ne s’est montrée parcimonieuse qu’avec l’homme, mesquine, carnassière homicide qu’avec l’homme.
Alors, frères, comment ne pas comprendre que nous avons mieux à faire que de suivre cette Europe –là.
Cette Europe qui jamais ne cessa de parler de l’homme, jamais de proclamer qu’elle n’était inquiète que de l’homme, nous savons aujourd’hui de quelles souffrances l’humanité a payé chacune des victoires de son esprit.
Allons, camarades, le jeu européen est définitivement terminé, il faut trouver autre chose. Nous pouvons tout faire aujourd’hui à condition de ne pas singer l’Europe, à condition de ne pas être obsédés par le désir de rattraper l’Europe. L’Europe a acquis une telle vitesse, folle et désordonnée, qu’elle échappe aujourd’hui à tout conducteur, à toute raison et qu’elle va dans un vertige effroyable vers des abîmes dont il vaut mieux le plus rapidement s’éloigner.
Il est bien vrai cependant qu’il nous faut un modèle, des schèmes, des exemples. Pour beaucoup d’entre nous, le modèle européen est le plus exaltant. Or, on a vu dans le pages précédentes à quelles déconvenues nous conduisait cette imitation. Les réalisations européennes, la technique européenne, le style européen doivent cesser de nous tenter et de nous déséquilibrer.
Quand je cherche l’homme dans la technique et dans le style européens, je vois une succession de négation de
l’homme, une avalanche de meurtres. La condition humaine, les projets de l’homme, la collaboration entre les hommes pour de taches qui augmentent la totalité de l’homme sont des problèmes neufs qui exigent de véritables inventions.
Décidons de ne pas imiter l’Europe et bandons nos muscles et nos cerveaux dans une direction nouvelle. Tachons d’inventer l’homme total que l’Europe a été incapable de faire triompher.
Il y a deux siècles, une ancienne colonie européenne s’est mis en tête de rattraper l’Europe. Elle y a tellement réussi que les Etats-Unis d’Amérique sont devenus un monstre où les tares, les maladies et l’inhumanité de l’Europe ont atteint des dimensions épouvantables.
Camarades, n’avons-nous pas autre chose à faire que de créer une troisième Europe ? L’Occident a voulu être une aventure de l’Esprit. C’est au nom de l’Esprit, de l’esprit européen s’entend, que l’Europe a justifié ses crimes et légitimité l’esclavage dans lequel elle maintenait les quatre cinquièmes de l’humanité.
Oui, l’esprit européen a eu de singuliers fondements. Toute la réflexion européenne s’est déroulée dans des lieux de plus en plus désertiques, de plus en plus escarpés. On prit ainsi l’habitude d’y rencontrer de moins en moins l’homme..
Un dialogue permanent avec soi-même, un narcissisme de plus en plus obscène n’ont cessé de faire le lit a un quasi-délire où le travail cérébral devient une souffrance, les réalités n’étant point celles de l’homme vivant, travaillant et se fabriquant mais des mots, des assemblages divers de mots, les tensions nées des significations contenues dans les mots. Il c’est cependant trouvé des Européens pour convier les travailleurs européens à briser ce narcissisme et à rompre avec cette déréalisation.
D’une manière générale, les travailleurs européens n’ont pas à ces appels. C’est que les travailleurs se sont crus, eux aussi, concernés par l’aventure prodigieuse de l’Esprit européen.
Tous les éléments d’une solution aux grands problèmes de l’humanité ont, à des moments différents, existé dans la pensée de l’Europe. Mais l’action des hommes européens n’a pas réalisé la mission qui lui revenait et qui consistait à peser avec violence sur ces éléments, à modifier leur arrangement, leur être, à les changer, enfin à porter le problème de l’homme à un niveau incomparablement supérieur.
Aujourd’hui, nous assistons à une stase de l’Europe, Fuyons, camarades, ce mouvement immobile où la dialectique, petit à petit, s’est muée en logique d’équilibre. Reprenons la question de l’homme. Reprenons la question de la réalité cérébrale, de la masse cérébrale de toute l’humanité dont il faut multiplier les connexions, diversifier les réseaux et ré humaniser les messages.
Allons, frères, nous avons beaucoup trop de travaille pour nous amuser des jeux d’arrière-garde. L’Europe a fait ce qu’elle devait faire et somme toute elle l’a bien fait ; cessons de l’accuser mais disons-lui fermement qu’elle ne doit plus continuer a faire tout de bruit. Nous n’avons plus à la craindre, cessons donc de l’envier.
Le tiers monde est aujourd’hui en face de l’Europe comme une masse colossale dont le projet doit être d’essayer de résoudre les problèmes auxquels cette Europe n’a pas su apporter de solutions.
Mais, alors, il importe de ne point parler rendement, de ne point parler intensification, de ne point parler rythmes. Non, il ne s’agit pas de retour à la Nature. Il s’agit très concrètement de ne pas tirer les hommes dans des directions qui les mutilent, de ne pas imposer au cerveau des rythmes qui rapidement l’oblitèrent et le détraquent. Il ne faut pas, sous le prétexte de rattraper, bousculer l’homme, l’arracher de lui-même, de son intimité, le briser, le tuer.
Non, nous ne voulons rattraper personne. Mais nous voulons marcher tout le temps, la nuit et le jour, en compagnie de l’homme, de tous les hommes. Il s’agit de ne pas étirer la caravane, car alors chaque rang perçoit à peine celui qui le précède et les hommes qui ne se reconnaissent plus se rencontrent de moins en moins, se parlent de moins en moins.
Il s’agit pour le tiers monde de recommencer une histoire de l’homme qui tienne compte à la fois des thèses quelquefois prodigieuses soutenues par l’Europe mais aussi des crimes de l’Europe dont le plus odieux aura été, au sein de l’homme, l’écartèlement pathologique de ses fonctions et l’émiettement de son unité, dans la cadre d’une collectivité la brisure, la stratification, les tensions sanglantes alimentées par des classes, enfin, à l’échelle immense de l’humanité, les haines raciales, l’esclavage, l’exploitation et surtout le génocide exsangue que constitue la mise à l’écart d’un milliard et demi d’hommes.
Donc, camarades, ne payons pas de tribut à l’Europe en créant des Etats, des institutions et des sociétés qui s’en inspirent.
L’humanité attend autre chose de nous que cette imitation caricaturale et dans l’ensemble obscène.
Si nous voulons transformer l’Afrique en une nouvelle Europe, l’Amérique en une nouvelle Europe, alors confions à des Européens les destinées de nos pays. Ils sauront mieux faire que les mieux doués entre nous.
Mais si nous voulons que l’humanité avance d’un cran, si nous voulons la porter à un niveau différent de celui où l’Europe l’a manifestée, alors il faut inventer, il faut découvrir. Si nous voulons répondre à l’attente de nos peuples, il faut chercher ailleurs qu’en Europe.
Davantage, si nous voulons répondre à l’attente des Européens, il ne faut pas leur renvoyer une image, même idéale, de leur société et de leur pensée pour lesquelles ils éprouvent épisodiquement une immense nausée.
Pour l’Europe, pour nous même et pour l’humanité, camarades, il faut faire peau neuve, développer une pensée neuve, tenter de mettre sur pied un homme neuf.

 

Publié le 1961


Brevi note

Brevi note su Frantz Fanon
di Alessandra Riccio


Frantz Fanon, nato nell'isola caraibica della Martinica, tuttora territorio francese d'oltremare, ha vissuto gli anni della sua breve e intensa vita nel periodo più drammatico della decolonizzazione e della apparizione sulla scena politica del Terzo Mondo, sancita ufficialmente dalla Conferenza di Bandoung del 1955 , una forza che pretendeva di incunearsi nell'esclusivo conflitto Est/Ovest per far sentire la propria voce e gli urgenti reclami dei "dannati della terra".
Nato nel 1925, Fanon è morto a Washington, dove era andato a curarsi una fulminante leucemia, nel 1961. Dopo gli studi secondari nella Martinica, ha studiato medicina all'Università di Lione e si è specializzato in psichiatria. Nominato primario dell'Ospedale psichiatrico di Blida, in Algeria, nel 1953, ben presto si è schierato dalla parte del popolo algerino colonizzato ed oppresso dal governo francese; nel 1956 si dimette dal suo incarico all'ospedale e si unisce al Fronte di Liberazione Nazionale all'interno del quale ricopre diversi incarichi di responsabilità. Si rifugia in Tunisia, è redattore dell'organo del Fronte, "El Moudjahid", ricopre l'incarico di ambasciatore del Governo Provvisorio della Repubblica Algerina, in Ghana, viaggia in numerosi paesi per tessere una rete di solidarietà. E' stato bersaglio di alcuni attentati in Marocco e in Italia proprio negli anni in cui si è assistito ad una strage di leaders del Terzo Mondo, dal congolese Lumumba, al Che Guevara, da Ben Barka a Malcom X. Nella sua vita agitata e generosa non ha mai smesso di scrivere, sia sulla sua esperienza psichiatrica in un paese colonizzato che sui problemi della lotta per la sovranità nazionale e sulla complessità dei problemi della decolonizzazione visti anche dall'interno del movimento.
I suoi testi più noti sono:
Pelle nera, maschere bianche: il nero e l'altro [1952], M. Tropea, Milano, 1996
I dannati della terra [1961], Einaudi, Torino, 1962.
Il testo che precede costituisce le "Conclusioni" de I dannati della terra.