giovedì 23 ottobre 2008    Registrazione  •  Login
 
   
 
   
   
   
 
 

 

 

dossier2.2.jpg

 

 

editoriale1.jpg

 

 

archfot.gif

 

 

 

rubrica diritti.jpg

 

 

Intervista

ASIE AFRIQUE – Settembre 2007

 

Intervista. Raramente si è sentito un linguaggio più diretto in un diplomatico nordamericano. E una analisi che denuncia in modo così chiaroveggente le conseguenze, per il Medio Oriente e il mondo in generale, delle ingiustizie perpetrate da Israele e gli Stati Uniti contro i palestinesi. A più di 80 anni, John Gunther Dean non ha perso niente della franchezza del suo parlare. La sua lotta per la pace è la stessa da sempre: dire la verità al suo paese, qualsiasi ne sia il prezzo.


“L’esistenza di Israele è minacciata dalla sua stessa politica”

 

Intervista di Jacques Marie Bourget


 

Domanda: I drammi di oggi, quelli vissuti dai popoli del Medio oriente, sono il proseguimento delle vecchie tragedie della Storia?

Risposta: I sionisti hanno prima chiesto una terra per gli ebrei. Poi vi è stato l’orrore, il genocidio, sopravvissuti che erravano impauriti. Israele è nata da questa mostruosità della Storia. E’ stato l’ONU che ha votato per l’esistenza di uno Stato installato in frontiere abbastanza precise e che, nella medesima risoluzione, ha previsto la creazione anche di uno Stato palestinese. Tutto ciò con una maggioranza ottenuta grazie anche a qualche voto che è stato comprato. Non serve a niente nascondere la realtà. A che punto si è arrivati oggi? A lungo termine l’esistenza dello Stato di Israele è minacciata dalla sua stessa politica e dalla nostra, noi, i nordamericani. Il resto del mondo, da parte sua, è minacciato da questa ingiustizia fatta ai palestinesi. Quella che motiva il terrore “islamista”.

 

Domanda: Come rimettere un po’ di buon senso nella storia?

Risposta: La soluzione deve essere la stessa alla quale sono già ricorsi i nordamericani per affrontare la Corea del Nord negli anni ’50. La leva geopolitica, è l’ONU. Il Consiglio di sicurezza ha detto: “Il conflitto tra Israele e i Palestinesi è un pericolo per la pace e la stabilità del mondo. Mettiamo insieme tutte le parti, con la presenza di tutte le grandi potenze, per trovare una soluzione giusta”. Sessanta anni di guerra sono sufficienti. Questa riunione potrebbe tenersi in un luogo simbolico per la pace, per esempio il Palazzo dell’ONU a Ginevra. Il piano Abdallah, quello elaborato nel 2002 a Beyrouth dai paesi arabi, può servire come primo filo conduttore. Alla fine della discussione sarà l’Assemblea Generale, quella stessa che ha creato Israele e questa Palestina nata morta, che deciderà del nuovo ordine mondiale. E il presidente Bush, per quanto riguarda il Nord america, potrà affidare l’incarico a Bill Clinton. Blair è già il mediatore europeo.

 

Domanda: Ma Hillary Clinton è candidata alla presidenza, con una posizione molto radicale contro i Palestinesi…

Risposta: Prima di diventare il senatore dello Stato di New York, lei aveva posizioni molto moderate. La Storia si infiamma, e il rapporto di Sotto, reso a nome dell’ONU, ci mostra l’inutilità e la stupidità delle politiche fatte per il Medio oriente da mezzo secolo a questa parte. Io mi sono sempre esposto ai rischi, ho messo la mia vita in pericolo per il mio paese. All’inizio della guerra fredda, poi in Vietnam, in Libano dove, per quanto ebreo e ambasciatore degli Stati Uniti, mi sono fatto sparare addosso da mercenari al servizio di un paese vicino, amico e democratico. Assassini armati di armi made in USA In qualsiasi situazione io mi sia trovato, in paesi o regioni in crisi, io ho sempre detto la verità al mio paese. E’ la dottrina Kennedy, gli ambasciatori sono direttamente responsabili davanti al presidente. I miei archivi sono la prova della mia franchezza di linguaggio. Così sull’Afghanistan, per avere scritto che bisognava rispettare la parola data a Gorbaciov e che un Najiboulah a Kaboul sarebbe stato meglio di un Hikmatyar, questo inventore dei talibani (ma cocco dei nordamericani), sono stato richiamato a Washington e definito “mentalmente disturbato”. Deve finire il tempo dei manipolatori della Storia, e anche quello delle cattive scuse. Per salvare il Medio oriente occorrono azioni. Alcuni membri del Congresso conosciuti per i loro legami con Israele mi hanno posto delle domande: “John, con le tue origini, il tuo passato, tu devi aiutare Israele…” Io ho risposto: “Ma io aiuto Israele. Contro lei stessa. Il mio padrone è il presidente degli Stati Uniti. Io gli devo la verità, anche se alle vostre orecchie non suona bene”.

 

Domanda: Si può pensare che Israele abbia un interesse politico alla continuazione della guerra?

Risposta: No. Io non posso dimenticare che mio padre era il presidente della seconda comunità ebraica tedesca a Breslau. Su sette premi Nobel assegnati alla Germania prima del 1933, quattro sono stati conferiti ad ebrei, delle persone incredibili. In Israele non viene loro data la parola, ma esiste gente di questo tipo. Gente che sa che ebrei e mussulmani, dalla loro espulsione dalla Spagna fino ai giorni nostri, hanno sempre scritto la Storia insieme. E che c’è bisogno di una soluzione giusta per porre fine all’Intifada e a questa ultima guerra di quaranta anni.
Un esempio: dopo tutto chi ha dato rifugio a Salonicco agli antenati di Nicolas Sarkozy? Ebbene, sono stati gli Ottomani, dei mussulmani, che hanno protetto gli ebrei venuti dalla Andalusia.

 

Domanda: Nel vostro paese utopico, che cosa fareste dei coloni che occupano la Cisgiordania?

Risposta: I coloni? Non sono che l’altra faccia di un sionismo fondato su un’idea colonialista. In altre parole un concetto del XIX secolo che non funziona più. La Francia con De Gaulle, gli inglesi, i tedeschi, i portoghesi e i nordamericani con le Filippine da molto tempo hanno proceduto alla decolonizzazione. Le colonie in Cisgiordania, finanziate dagli Stati Uniti, sono finite.

 

Domanda: Nella colonizzazione della Palestina, c’è una volontà religiosa, l’argomento della riconquista della Terra promessa…

Risposta: E’ falso. E’ solo la prosecuzione di questa vecchia idea colonialista del XIX secolo. I primi coloni erano dei socialisti, non dei religiosi. E se si vuole procedere per questa strada, gli ebrei, all’epoca di Mosé hanno conquistato questo paese, diventato Israele, che non era il loro… L’argomento religioso serve solo a mascherare questa vecchia idea del sionismo. Nel 1948, a questi uomini perseguitati fin dall’epoca delle crociate, è stata data una terra. E i sionisti hanno oltrepassato le frontiere del territorio loro accordato con azioni di guerra. Senza rispettare né la giustizia né la legge. Hanno perseguitato i Palestinesi, comportandosi d’atro canto come imperialisti. Quei principi, e i mezzi militari che li accompagnano, non appartengono affatto alla grande tradizione giudaica. Gli Stati Uniti devono smetterla di finanziare questa politica e di chiudere gli occhi sulle illegalità commesse da Israele.

 

Domanda: Come convincere Gorge Bush e i suoi amici ad aiutare la pace?

Risposta: Se non troviamo un modo rapido di mettere Israele e i paesi arabi faccia a faccia, sulla base del piano Abdallah (riconoscersi e lavorare insieme all’interno delle frontiere del 1967), è – lo ripeto, - l’esistenza stessa di Israele ad essere minacciata.

 

Domanda: Perché?

Risposta: La Storia lo dimostra. A lungo termine un paese di 5 milioni di persone non può sopravvivere contro l’ostilità di un miliardo. Non esiste. Tutti sanno che la bomba atomica israeliana è una illusione, un calmante che si ingoia per rassicurarsi. Giacché è impossibile utilizzarla. Tutti i mussulmani del mondo hanno il desiderio di visitare la mosche del Monte del tempio, tutti i cristiani di visitare il Santo Sepolcro… E Israele lo impedisce. Ve lo ripeto, il solo avvenire per Israele è nella pace.

 

Domanda: Sta sorgendo un nuovo diavolo, l’Iran, a giustificare la politica militare di Israele. Si parla poco del Pakistan. Più pericoloso dell’Iran?

Risposta: I Pakistani sanno bene chi è stato ad uccidere Zia-ul-Haq, loro presidente e grande propagandista dell’integralismo islamico. La faccenda del paniere di manghi che è esploso nel suo aereo… E fino ad ora, il Pakistan ha capito che la guerra non è più un mezzo per lo sviluppo. Di qui gli accordi firmati col nemico indiano. Al suo fianco, in Afghanistan, non è stato lo stesso comandante Massoud a firmare la pace, a suo tempo, con i Russi che aveva cacciato dal suo paese? L’avvenire è la pace, un dialogo senza esclusioni. E’ la sola arma politica capace di far rinascere un “nuovo Medio oriente” vivibile. Lontano dalla vecchia ideologia degli imperialisti, “dividere per comandare”. Questa gente si è sbagliata di epoca, sognano una politica che non esiste più. Chi può sopportare un occupante? In Iraq, in Palestina? Non per troppo tempo. E i diktat che vengono dagli stranieri. Così ci dicono: “Ah, Hamas veramente non va bene!”  Ma vi sono stati degli elettori che hanno liberamente votato per Hamas. E si dice loro: “Voi vi siete sbagliati!” Come si può predicare la democrazia se si rifiutano i risultati di una elezione democratica? Jimmy Carter, che è stato osservatore in Palestina durante gli scrutini, ha detto: “Queste elezioni sono oneste”.
Da ragazzo, ebreo cacciato dalla Germania, sono venuto in un Nordamerica che è stato superbo e generoso. Io amo la mia patria fino alla morte. E’ per lei, in nome di una certa morale storica che è stata la sua e che dunque conosco, che continuo a parlare: “Dobbiamo questa volta avere la generosità di dire la verità sul mondo così come è piuttosto che inventarcene un altro”. Con Michel Debré, ho partecipato alla realizzazione, a Parigi, degli accordi di pace sul Vietnam. Conosco il travaglio di partorire la pace, ma anche la felicità di sgravarsi.

 

Domanda: La vostra legge è che bisogna parlare con tutti?

Risposta: Certo. Trascurare una parte, angelo o diavolo che sia, significa seminare la guerra di domani. In un mondo globalizzato, dove la parola percorre tutto il pianeta in un secondo, fare la guerra è un anacronismo, un lusso suicida. Io ho partecipato al piano Marshall. Allora abbiamo aiutato la Francia nonostante avesse dei ministri comunisti, e anche il maresciallo Tito! Questa è vera politica.

 

Domanda: La “vera” politica del Nordamerica, in questi ultimi anni, è stata piuttosto di aiutare Ben Laden, Hekmatyar e avere scelto tutti gli integralismi per rinforzare il suo potere.

Risposta: Questa è stata prima di tutto la scelta dei servizi segreti. Quando è stato fatto questo, l’Arabia Saudita, custode dei luoghi santi, aveva paura che il comunismo, dall’Afghanistan, potesse estendersi nel mondo mussulmano. L’islam è diventato in tal modo una bandiera di lotta. Quello che non si è previsto è che questa jihad sarebbe durata, rivolgendosi contro altri obiettivi. Con la fine della presenza comunista in Afghanistan, l’Arabia Saudita è diventato il paese dove si sono ritrovati gli jihadisti. Pensate al presidente iraniano, per quanto non arabo, è stato anche lui un po’ di tempo a Ryad. Lì il nuovo nemico individuato è Israele: tra loro c’è l’elemento federatore. E i Sauditi sono delusi dal boicottaggio del piano Abdallah. E’ per questo che bisogno finalmente smettere di attribuire sempre ai Palestinesi il continuo fallimento dei negoziati con Israele, cosa storicamente falsa, per mettere in moto un processo di pace capace di evitare future tragedie.
Europei, siate coraggiosi: se Israele rifiuta di sedersi al tavolo dei negoziati, allora cancellate il suo statuto di paese associato all’Europa. Ascoltate anche i Russi, quelli di Putin non sono gli stessi di Stalin. Dialogo, coesistenza: questi grandi principi, comuni a tutta l’umanità, sono il nostro solo saluto.

 



Un lucido diplomatico

John Gunther Dean è nato a Breslau, in Germania, nel 1926, da genitori ebrei che, sfuggendo il nazismo, si sono trasferiti nel 1938 negli Stati Uniti. Del suo vero nome Dienstferting, diventa cittadino nordamericano nel 1944 e lavora nei servizi segreti fino al 1946. Laureatosi a Harvard in relazioni internazionali, dottore in diritto alla Sorbona, John Gunther Dean comincia una carriera diplomatica in Francia, in Asia (Vietnam, Laos, Cambogia) e in Africa (Togo, Mali). Nel 1964-65 è responsabile delle relazioni internazionali nella sezione NATO del Dipartimento di Stato. Di nuovo in Vietnam nel 1970, viene distaccato presso il comando della prima regione militare come direttore regionale del Servizio operazioni civili e sviluppo (CORDS) fino al 1972, poi incaricato di affari in Laos, dove contribuisce alla nascita del governo di coalizione.
Ambasciatore in Cambogia, in Danimarca, in Libano, in Tailandia e in India, John Gunther Dean lascia le sue funzioni nel 1989, poiché i suoi sforzi per convincere l’amministrazione Reagan a cambiare la sua politica in Afghanistan, Pakistan e India erano riusciti ad attirargli l’ostilità delle alte sfere della Casa Bianca. Dean ha, comunque, giocato un ruolo personale determinante nella liberazione degli ostaggi nordamericani a Teheran, e nell’accordo che ha condotto al ritiro delle truppe sovietiche dall’Afghanistan.
Nel maggio 2004 ha inviato, con una sessantina di diplomatici nordamericani, una lettera aperta a G.W. Bush, con la quale ci si opponeva al sostegno incondizionato al piano Sharon per i territori palestinesi occupati. Si accusava il presidente USA di avere abbandonato l’imparzialità che aveva sin lì caratterizzato la politica nordamericana in Medio oriente e di sostenere Sharon, a dispetto delle leggi internazionali e delle risoluzioni dell’ONU.