
Jena (luisiana) - Lo chiamavano l'Albero bianco. Non per il colore delle foglie o della sua corteccia, ma per il colore della pelle degli studenti che avevano l'abitudine di sedersi alla sua ombra, nel cortile del liceo di Jena. Quando un liceale nero ha voluto sfidare questa tradizione nel settembre del 2006, ha dato il via a una serie di incidenti che hanno reso questa piccola città di 3000 abitanti un simbolo della questione dei pregiudizi razziali nel sistema penale.
L'indomani del giorno in cui il liceale nero si è seduto all'ombra dell'albero, sono comparse tre corde da impiccato tra i suoi rami. Poco dopo le autorità locali hanno informato che uno studente bianco era stato pestato da sei neri. Soccorso in un ospedale della città, la vittima è poi tornata a casa sua. Gli studenti neri, dal canto loro, sono stati incriminati, non per lesioni, ma per tentativo di omicidio.
I gruppi locali di difesa dei diritti civici si sono opposti a quello che hanno denunciato come un ritorno a quanto di peggio la giustizia del Sud aveva conosciuto. Poi la questione ha suscitato una campagna in tutto il paese, attraverso i siti web, le radio nere e You Tube. Un movimento che ha raggiunto oggi il suo culmine, perché migliaia di persone sono attese per manifestare a Jena contro l'ingiustizia del trattamento riservato ai liceali neri.
Mentre la città si prepara all'avvenimento, si divide intanto nel giudizio di sè e dei suoi abitanti. "Ogni anno, nel liceo di Jena ci sono scntri tra neri e bianchi - dichiara Casa Compton, una giovane nera nativa di Jena - c'è sempre stata tensione, ci sono sempre stati pregiudizi e razzismo. Ogni giorno, qui, c'è un nero che vede fottuta la sua vita".
Tina Norris, una bianca di 45 anni, è la proprietaria del Caffé Martin. Si confessa sorpresa per il battage mediatico di cui è oggetto la sua città. "Si ha l'impressione che a Jena vi sia un grande concentrazione del Ku Klux Klan - dice - ma non è vero, non ci sono grandi problemi, non è che una piccola città".
Per quelli che denunciano la gestione della vicenda, il trattamento riservato ai liceali neri è la prova che i pregiudizi a proposito della razza e della delinquenza sopravvivono ancora oggi. "Credo che molte persone si rendono conto che il sistema stritola la gente di colore tutti i giorni - afferma J. Richard Cohen, presidente del Southern Poverty Law Center, un gruppo di difesa dei diritti civici di Montgomery, in Alabama - Spesso questo viene fatto in modo anonimo, invisibile. Per la gente, Jena è oggi diventata la punta dell'iceberg, e ci si domanda che cosa possa esservi sotto".
Sul piano giuridico l'affaire ha avuto avvio il 4 dicembre, data in cui le autorità locali hanno dichiarato che i giovani neri - Robert Bailey jr, 17 anni, Jesse Beard, 15 anni, Mychal Bell, 17 anni, Carwin Jones, 18 anni, Bryant Purvis, 17 anni e Theo Shaw, 17 anni - avevano pestato un compagno di classe bianco, durante una discussione davanti al dinnasio. Dapprima accusati di tentativo di omicidio, sono stati in seguito accusati solo di lesioni in concorso, delitto per il quale Mychal Bell è stato condannato il 28 giugno.
Lo scorso 14 settembre, è stato stabilito in appello che Bell era stato scorrettamente giudicato da un tribunale per adulti. La sua condanna è stata annullata. Quanto all'albero, le autorità del liceo l'hanno fatto abbattere.
Ma Mychal Bell resta ancora in carcere, mentre il Pubblico Ministero intende sottoporlo a un nuovo giudizio davanti a un tribunale per minorenni. E' il solo dei sei accusati ad essere stato imprigionato dopo la rissa del mese di dicembre e la sua situazione ha colpito molti di quelli che se ne sono interessati. "Per tutti coloro che a Jena pensavano che vi fossero stati dei cambiamenti, questo è un segnale di allarme", dice il reverendo Jesse Jackson, organizzatore della manifestazione di oggi, facendo il paragone con altri episodi storici della lotta per i diritti civili, come il boicottaggio degli autobus nella città di Montgomery, che cominciò nel 1955.
I genitori di Bell, da parte loro, assicurano che il figlio spera di essere presto rimesso in libertà e di poter proseguire la carriera di giocatore di football a livello universitario. "Ma quando uscirà, ce ne andremo da questa città", conclude la madre.
(nella foto, il cortile del liceo di Jena)
Richard G. Jones
The New York Times