Desidero illustrare ai componenti di questa IV Commissione per la decolonizzazione la mia esperienza di osservatore e difensore dei diritti dell’uomo nel territorio del Sahara occidentale illegalmente occupato dal Marocco.
Sono giudice di cassazione italiano e, da circa due anni, svolgo missioni nei territori occupati del Sahara Occidentale, in qualità di presidente dell’associazione OSSERVATORIO INTERNAZIONALE (www.ossin.org) e come incaricato dalla Municipalità di Napoli.
Ho seguito diversi processi contro i militanti della intifada pacifica e quello che oggi mi propongo di testimoniare è esclusivamente il frutto della mia percezione diretta, quello che io ho visto e sentito durante i processi e i numerosi colloqui avuti con ex prigionieri, familiari di detenuti e militanti dei diritti dell’uomo.
Come sapete, è in corso nei territori occupati una intifada pacifica per il riconoscimento del diritto di autodeterminazione. Questa lotta è tenuta nascosta dalle autorità marocchine che hanno realizzato un vero e proprio embargo mediatico su quanto avviene nei territori occupati e cercano in questo modo di convincere la comunità internazionale che il problema del Sahara è un falso problema.
Invece esso esiste e la lotta pacifica per l’autodeterminazione coinvolge la stragrande maggioranza del popolo saharaoui, non solo i dirigenti della intifada. Basta interrogare qualunque saharaoui si incontri per strada o in un taxi e si riceverà sempre la medesima risposta: “Io non sono marocchino, io sono saharaoui” .
Ciò nonostante, la repressione marocchina è brutale e costante. Essa mira a nascondere agli occhi della comunità internazionale la realtà di questa lotta di popolo e mira nel contempo a spegnere con la forza la identità nazionale del popolo saharaoui. La repressione comincia la mattina presto, quando i maestri obbligano i bambini saharaoui ad assistere all’alzabandiera marocchina ed a cantare l’inno nazionale del paese occupante. Molti allievi si rifiutano e sono allontanati per questo dalla scuola.
Prosegue con gli arresti e i processi contro i militanti dell’intifada, che si succedono oramai a ritmo serrato, di pari passo con lo sviluppo della lotta. Ho assistito a diversi processi ed essi non possono definirsi equi, secondo i criteri accettati dalla comunità internazionale. Essi si svolgono sulla base dei soli processi verbali della polizia e non è consentito all’accusato di presentare testimoni e prove a suo favore. Spesso gli accusati dichiarano che i processi verbali dei loro interrogatori sono falsi, perché contengono confessioni mai rese. Qualche volta questi processi verbali sono corredati di firme falsificate, più spesso sono privi della firma dell’accusato. I Tribunali non hanno mai – per quanto io ho potuto constatare – dato seguito alle denunce di falso o di torture presentate dagli accusati.
Le pene irrogate sono molto pesanti, se messe in rapporto alla modestia delle accuse (che sono per lo più quelle tipiche delle manifestazioni di piazza, blocco stradale, resistenza ecc). Si è notato però che la presenza di osservatori internazionali svolge una funzione moderatrice nella graduazione delle pene.
La repressione brutale si svolge anche attraverso altre forme di intimidazione e violenze. Essa si rivolge contro i militanti, ma anche contro gli osservatori internazionali, per allontanarli da quei territori e impedire che la comunità internazionale sappia, attraverso la loro testimonianza, quello che realmente vi accade. Io stesso, questa estate, ho subito l’ingiustificato sequestro della mia auto a noleggio, con un pretesto palesemente non vero.
Molto più grave è la violenza esercitata sui saharaoui: la polizia interviene a disperdere le loro manifestazioni con grande brutalità, provocando numerosi feriti. Recentemente la studentessa Soultana Khaya ha perso l’uso dell’occhio destro, per essere stata pestata dai poliziotti, e ciò è accaduto addirittura all’interno dell’autoambulanza che la stava trasportando in ospedale.
Ho potuto constatare personalmente che numerosi saharaoui che avevano aderito alle manifestazioni pacifiche mostravano segni di percosse sul corpo (ematomi, fratture ecc.) D’altra parte queste lesioni sono documentate anche nelle foto presenti in diversi siti internet. Ho potuto personalmente constatare che la polizia usa dei mezzi molto violenti, come la distruzione degli arredi e di tutto quanto si trova nelle case degli attivisti saharaoui. Questa pratica non si giustifica in alcun modo sul piano della sicurezza, si tratta piuttosto di ritorsioni.
Ciò che è più grave è che la repressione delle autorità marocchine si rivolge contro la richiesta di autodeterminazione del popolo saharaoui. Quel diritto all’autodeterminazione che è riconosciuto da numerose risoluzioni dell’O.N.U. Le autorità marocchine considerano dunque un crimine quello che la comunità internazionale considera un diritto.
Questo è intollerabile e non si può accettare che tali palesi violazioni dei diritti fondamentali e della legalità internazionale proseguano ancora.
La lotta dal popolo saharaoui è conforme alla giustizia e alla legalità internazionale, ma c’è un’altra importante ragione che dovrebbe convincere la comunità internazionale a sostenere questa lotta. I Saharaoui hanno infatti scelto forme di lotta rigorosamente pacifiche e non violente e noi crediamo che sia estremamente importante che queste forme di lotta si dimostrino alla fine vincenti e possano diventare anche un esempio per altre situazione di tensione presenti nell’area.
In conclusione. L’ONU è presente nei territori del Sahara occidentale con la missione MINURSO, il cui compito è quello di assicurare lo svolgimento del referendum di autodeterminazione. Sono in corso inoltre dei negoziati diretti tra le parti per giungere ad una soluzione del conflitto. Ciò nonostante, i diritti civili e politici del popolo saharaoui continuano ad essere disconosciuti e violati nei territori occupati e continua a essere negata e violata la coscienza nazionale del popolo saharaoui.
Ribadiamo dunque la richiesta, già formulata lo scorso anno, di allargare il ruolo della MINURSO alla vigilanza del rispetto dei diritti civili e politici dei saharaoui che vivono nei territori occupati. Si tratta a nostro avviso di un punto essenziale, indispensabile e necessario per un corretto svolgimento dei negoziati e del referendum.
New York, 2007-10-09/10
Nicola Quatrano