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Dimensioni legali

Seminario sulla “Dimensione giuridica del conflitto del Sahara Occidentale

 

Col.legi d’Advocats de Barcelona – 9 e 10 maggio 2008


Oggetto del seminario è la problematica del conflitto nel  Sahara Occidentale e lo scopo è di approfondirne l’analisi con il contributo di avvocati, esperti e giuristi sia spagnoli che stranieri nonché di esponenti della società civile catalana.
Il diritto all’autodeterminazione del popolo saharaoui e lo sfruttamento illegale delle risorse naturali rinnovabili (pesca) e non rinnovabili (fosfati e petrolio) dei territori occupano la prima parte del seminario.
La seconda parte, attraverso la testimonianza diretta di osservatori internazionali, di militanti protagonisti del conflitto e di vittime di torture e di altre offese di diritti fondamentali si concentra invece sulla tematica delle violazioni dei diritti umani perpetrate nei territori del Sahara Occidentale.
Il principio di autodeterminazione e di sovranità permanente sopra le risorse naturali è il tema trattato dalla prima relatrice, la Prof. Anna Maria Martì, docente di Diritto Internazionale Pubblico all’Università di Barcellona. La sua relazione parte dalla definizione della autodeterminazione quale sinonimo di democrazia, in quanto significa potere di ciascun popolo  di scegliere liberamente sia la forma politico-istituzionale con cui collocarsi nel sistema delle relazioni internazionali (cd. autodeterminazione esterna) sia il regime politico ed economico all'interno del proprio stato (cd. autodeterminazione interna).
Oggi, l'autodeterminazione dei popoli, oltre che essere enunciata tra i fini delle Nazioni Unite (art.1 dello statuto), è formalmente riconosciuta come diritto fondamentale dalle più importanti convenzioni giuridiche internazionali sui diritti umani. Lo sancisce l'identico articolo 1 dei due Patti internazionali del l966, rispettivamente, sui diritti civili e politici e sui diritti economici, sociali e culturali, che dopo aver enunciato il diritto di ciascun popolo di decidere liberamente il proprio statuto politico e di perseguire liberamente il proprio sviluppo economico, stabilisce che per raggiungere i loro fini, tutti i popoli possono disporre liberamente delle proprie ricchezze e delle proprie risorse naturali. La dimensione più propriamente economica del principio di autodeterminazione, già presente nel citato articolo 1, viene ribadito anche nell’art. 25 dei Patti internazionali del l966 sui diritti economici, sociali e culturali, il quale appunto prevede il diritto fondamentale dei popoli  di sfruttare la proprie risorse naturali.
Si tratta dunque ormai di un principio essenziale del diritto internazionale moderno come dimostrato proprio dall'inserimento dell'autodeterminazione nei due patti delle Nazioni Unite sui diritti umani del 1966.
In passato è stato il diritto in base al quale si è posto fine al colonialismo; oggi è un principio che viene in rilievo nella tematica dei territori occupati nel cui ambito va oltre una connotazione meramente politica e si manifesta nella sua duplice dimensione politica ed economica quale diritto di un popolo di scegliere il proprio regime politico e di sfruttare autonomamente le proprie risorse naturali.
Si tratta però anche di uno dei punti più controversi del diritto internazionale, necessitando perciò di un esame scrupoloso al fine di coglierne la esatta estensione oggettiva e soggettiva.
La prof. Martì evidenzia le varie questioni che si pongono in relazione all’autodeterminazione dei popoli che vivono in territori occupati, da un lato quella della delimitazione del territorio autonomo e della estensione di tale territorio e, dall’altro, quello della titolarità di tale diritto. Cita il caso della Namibia che appare emblematico in proposito in quanto l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nella sua risoluzione n. 36/51 del 1981 condanna in maniera molto decisa il Sud Africa per il suo continuo sfruttamento e saccheggio delle risorse naturali della Namibia senza alcun riguardo per il legittimo interesse del popolo namibiano e per la estensione illegale del proprio mare territoriale e della sua proclamazione di una propria zona economica esclusiva al largo delle coste della Namibia (punto 18 della risoluzione).
Emblematica per la relatrice è anche la differenza tra questa risoluzione e l’ultima emanata dall’Assemblea Generale ONU sull’argomento. Si tratta della n. 62/120 del 2007, la quale (punti 11-17) ritiene urgente che le potenze amministratrici intraprendano misure a garanzia dei diritti fondamentali dei popoli sulle proprie risorse naturali e per stabilire e mantenere il controllo  sullo sviluppo futuro di tali risorse e richiede alle potenze amministratrici di compiere tutti i passi necessari per proteggere il diritto di proprietà dei popoli di questi territori. Il linguaggio utilizzato è molto diverso da quello della risoluzione sulla Namibia e l’idea di fondo espressa nel suo preambolo appare essere quella della centralità della problematica dello sfruttamento delle risorse naturali e la preoccupazione del riflesso che ha sull’economia globale.
Quanto alla titolarità del diritto allo sfruttamento delle risorse, il riferimento è  alla giurisprudenza della Corte di Giustizia delle Nazioni Unite (caso del Timor est e caso del Nauru) ed al parere-lettera di Hans Corell, sottosegretario generale delle Nazioni Unite, del 29 gennaio 2002 nella quale lo stesso, dopo aver compiuto un’analisi dettagliata della situazione del Sahara Occidentale, dal protettorato spagnolo del 1884, alla Spagna quale potenza amministratrice nel 1962, alla dichiarazione di Madrid del 1975, al ritiro della Mauritania dal territorio nel 1979, ha chiarito che l’accordo di Madrid del 1975 non ha trasferito sui territori del Sahara Occidentale alcuna sovranità sui territori stessi né ha conferito ad alcuno dei firmatari lo status di potenza amministratrice.

Sulla contrarietà dello sfruttamento delle risorse naturali da parte del Marocco insiste Sidi M. Omar, Diplomatico, rappresentante del Fronte Polisario e ricercatore presso l’Università Jaume I di Castellon, in Spagna, secondo relatore della giornata. Si tratta di ingenti risorse naturali (soprattutto fosfati e prodotti della pesca nonché petrolio) illegalmente sfruttate dal Marocco senza alcuna legittimazione ed in contrasto con i principi vigenti in diritto internazionale. Discende da tale illegittimità la totale nullità dei contratti stipulati dal Marocco con molte imprese straniere per lo sfruttamento di tali risorse.

La sessione pomeridiana del seminario si apre con la visione di un documentario sul Sahara Occidentale; sette minuti di immagini sui territori occupati e sull’oppressione subita da un popolo in lotta per l’indipendenza; testimonianze di persone picchiate e torturate, di processi svolti sulla base di prove acquisite illegalmente, di detenzione illegale; immagini del Carcel Negro di Laayoune dove i detenuti versano in condizioni disumane accatastati gli uni sugli altri.
Da ultimo la testimonianza di Aminetou Haidar, ormai simbolo della difesa del popolo saharaoui detenuta nel  Carcel Negro di Laayoune dal 1987 al 2001 perché accusata di aver partecipato ad una manifestazione pacifista, arrestata nuovamente nel 2005 nell'Ospedale di Laayoune mentre veniva medicata in seguito a gravi ferite infertele da agenti di polizia marocchini intervenuti per reprimere una manifestazione pacifica, viene scarcerata nel 2006.
Le immagini del documentario introducono le testimonianze dirette degli osservatori internazionali che occupano l’attenzione dei partecipanti per tutto il pomeriggio.
Jose Manuel De La Fuente (Osservatorio dei Diritti Umani del “Collegio de Abogados de Badajoz”) racconta del primo tentativo di entrare nei territori occupati nel 2002 insieme con Cristina Navarro Poblet (del  “Col.legi d’Advocats de Barcelona”) e dell’inizio dell’attività quali osservatori internazionali dei processi nei confronti degli attivisti saharaoui. Racconta delle difficoltà incontrate per accedere alla prigione per la quale fu necessario ottenere un’autorizzazione; era la prima volta che dei giuristi occidentali visitavano il Carcel Negro di Laayoune.
Racconta della brutale repressione dei militanti che vengono arrestati per il solo fatto di manifestare le proprie idee e del processo penale che, da strumento di amministrazione della giustizia, diventa mezzo di legittimazione della repressione da parte del governo del Marocco. Infatti, la totale impossibilità della difesa di produrre prove a discarico, la mancanza di procedure per la corretta identificazione dei detenuti, la violenza e la tortura per ottenere la confessione quale mezzo della ricerca della prova ne fanno un processo assolutamente “virtuale” , una vera e propria “pantomima”. Jose Manuel De La Fuente esprime l’esigenza che a tali processi “kafkiani” assista un sempre maggior numero di osservatori internazionali con il compito di riferire quanto si è direttamente osservato e di denunciare le violazioni dei diritti umani.
France Weyl, avvocato di Parigi, racconta le sue esperienze di   osservatore internazionale dei processi nonché quale partecipante delle missioni civili nei territori occupati. Riferisce delle violazioni dei diritti umani che ha potuto constatare in occasione delle missioni civili alle quali ha partecipato nel 2006 e nel 2007 quando ha incontrato le famiglie di vittime di violazioni di diritti umani che hanno raccontato la loro testimonianza.
L’osservazione giudiziaria ha dimostrato che i processi sono spesso instaurati nei confronti di persone arrestate in occasione di manifestazioni pacifiche, senza alcun rispetto di procedure, che vengono torturate e brutalizzate e poi condannate esclusivamente sulla base delle testimonianze della polizia che ha proceduto all’arresto.
La Weyl ha visto bambini ai quali è stato vietato di andare a scuola per il semplice fatto di aver partecipato ad una manifestazione pacifica e dice che il minimo comune denominatore della repressione è che si tratta sempre della violazione dei diritti più elementari già sanciti da convenzioni internazionali.
Per quanto riguarda in particolare il sistema processuale, la Weyl riferisce che si tratta di uno strumento di repressione del Marocco nei confronti dei militanti e che la tendenza che si sta affermando più di recente è quella di mascherare i processi politici sotto forma di processi per delitti comuni, nella consapevolezza della forte condanna da parte dell’opinione pubblica internazionale della criminalizzazione dei reati di opinione.
Il più recente esempio di processo politico mascherato da processo comune è quello ad Ennama Asfari, giurista e militante per l'autodeterminazione del Sahara Occidentale, arrestato con l’accusa di un'aggressione ad una automobilista ed incriminato per guida in stato di ebbrezza, violenza e detenzione di un coltello, lo scorso 21 aprile.
Il seminario prosegue con le testimonianze degli osservatori internazionali Patrik Herzing, giurista Svizzero, e Nicola Quatrano, magistrato di Napoli.
Quest’ultimo pone l’accento sul fatto che il problema della violazione dei diritti umani non è solo del popolo saharaoui ma appartiene anche a quello marocchino in generale e ribadisce l’importanza della presenza degli osservatori internazionali durante i processi per tre motivi; il primo attiene al rafforzamento della lotta del popolo saharaoui per l’autodeterminazione al  quale tale presenza contribuisce, il secondo è che l’intervento degli osservatori ha effetti positivi sui processi all’esito dei quali vengono irrogate pene meno severe e, infine, questi ultimi possono contribuire ad infrangere l’embargo mediatico intrapreso dalle autorità del Marocco per nascondere il problema del popolo saharaoui ed a contrastare l’attività di falsificazione della realtà contribuendo alla diffusione della verità.
Il seminario si conclude con le testimonianze di militanti e vittime di violazioni dei diritti umani.
Claude Magin,  moglie di Ennama Asfari racconta la sua storia personale e, in particolare, della sua recente espulsione dal Marocco mentre era in compagnia di Frédérique Lellouche, Murielle Brun e Pierre-Alain Roussen, diretta verso i territori occupati per svolgere una missione civile. Racconta che il 24 aprile sono stati arrestati a Tan Tan, davanti alla casa del padre di suo marito Ennama, e sono stati sottoposti a lunghe ore di interrogatorio negli uffici di polizia dopo aver subito il sequestro dei documenti e dell’automobile sulla quale viaggiavano. Erano stati accusati di aver turbato l’ordine pubblico ma il vero motivo dell’arresto è stato il fatto di essere sostenitori dei “nemici del Marocco” cioè del popolo saharaoui.
Prende poi la parola Aminetou Haidar, simbolo della difesa del popolo saharaoui e testimonianza vivente della lotta, per introdurre Yarba Mahfud Mohamed che, a suo parere, può testimoniare la violazione dei diritti umani del popolo oppresso attraverso la sua semplice storia di uomo comune, colpevole soltanto di appartenere a quel popolo. Yarba siede su una sedia a rotelle perché è rimasto ferito durante gli scontri tra il Marocco ed il Fronte Polisario e vive in Spagna sin dal 1975. Nel marzo di quest’anno durante le vacanze di Pasqua decide di andare nel Sahara Occidentale per rivedere la sua famiglia dopo ventidue anni di lontananza e dunque si munisce di tutti i documenti necessari; arrivato a Laayoune viene fermato dalla polizia perché non ha firmato la dichiarazione necessaria per varcare la frontiera in cui egli deve sottoscrivere di essere un saharaoui e di essere tornato in Marocco per chiedere perdono al re. Non volendo firmare tale dichiarazione, si rende conto che non ha altra alternativa che quella di tornare in Spagna ma vuole almeno abbracciare la sua famiglia. Nel frattempo anche la sua famiglia, giunta in aeroporto per accoglierlo, si dispera e fa di tutto per vederlo. Alcuni dei suoi parenti, approfittando della confusione, riescono ad oltrepassare la barriera dei controlli ma vengono respinti indietro con arroganza. Yarba viene ricondotto con un’aereo a Casablanca dove viene sottoposto ad altre umiliazioni: lo interrogano e gli pongono ogni tipo di domanda sulla sua istruzione, sul suo servizio militare. La polizia poi cerca ancora di convincerlo a sottoscrivere quella dichiarazione ma egli si rifiuta ed allora viene portato via dalla propria sedia a rotelle e fatto sedere su una sedia normale, ancora più indifeso. Ritorna in Spagna senza aver potuto rivedere i suoi parenti se non per alcuni brevi istanti e con un desiderio ancora più forte di riabbracciarli.