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Emin Deniz

Emin Deniz non riesce più a dormire

 

di Luca Saltalamacchia 

 

Emin Deniz non riesce più a dormire la notte. E’ una donna piccola, sulla cinquantina. Con l’unica colpa di essere nata curda.
 Ha in testa lo scialle bianco che contraddistingue i membri della sua associazione, le “Madri per la Pace”, che raccoglie le mamme di detenuti politici e di vittime del conflitto armato. Il suo volto si contrae quando inizia a raccontare quello che ha visto una ventina di giorni fa. Qualcosa che non le permette più di dormire. Alla luce fioca e triste delle due lampadine appese al soffitto il suo volto sofferente sembra più tagliente di ciò che racconta.
 Emin Deniz ha un figlio ed una figlia che si sono arruolati nel PKK, il partito dei lavoratori curdi, che da anni è impegnato in un conflitto armato con il governo turco, il quale – nonostante le promesse fatte all’Unione Europea sul rispetto dei diritti umani – ancora oggi è impegnato in un sanguinoso e brutale genocidio culturale, se non anche fisico, nei confronti dei curdi, una “minoranza” che in Turchia conta circa 15 milioni di individui.
 La nostra visita è dovuta ad un processo che il sindaco di Sur ed i consiglieri comunali – tutti curdi – stanno subendo per “violazione dell’identità turca”, “abuso di potere” e “violazione dell’alfabeto turco”, tre reati a loro contestati per aver deciso di pubblicare una brochure informativa sui servizi offerti dal comune in curdo ed altre lingue minoritarie, oltre che in turco, considerato che solo il 22% della popolazione della municipalità parla il turco. Visto che tutti i certificati e tutti i documenti ufficiali devono essere scritti in questa lingua, la brochure informativa avrebbe permesso ai cittadini di comprendere qualcosa in più circa i servizi offerti.
 Al sindaco di Sur ed ai consiglieri comunali è andata anche bene. Rischiano “solo” 4 anni e mezzo; ben poco a confronto delle torture, delle sparizioni ed esecuzioni extragiudiziali che sono toccati a molti curdi che hanno osato parlare o scrivere in curdo, oppure che hanno criticato le atrocità commesse dall’esercito e dalla polizia. Molti membri delle associazioni per il rispetto dei diritti umani e molti avvocati sono stati arrestati, alcuni uccisi, molti torturati. Nonostante ciò, il governo turco fiducioso e sorridente attende di entrare nell’Unione Europea, negando che vi sia un problema curdo; questo viene liquidato velocemente affermando che i curdi – anche quelli che non aderiscono al PKK – sono terroristi. Un popolo di terroristi. Anche i bambini morti a causa dei bombardamenti o arsi vivi, anche le donne violentate, anche i vecchi abbandonati nei villaggi bruciati.
 Ad Emin Deniz i suoi figli non sembrano terroristi, ma ragazzi con un ideale – quello di lottare per il riscatto del loro popolo – e che in virtù di questo ideale hanno deciso di sacrificare la loro vita. Non ha più notizie del figlio maschio dal 1993; tre anni fa seppe che sua figlia era viva.
 Venti giorni fa il comandante dell’Esercito riferì che a Bingol erano stati uccisi cinque guerriglieri ed altri cinque erano stati catturati. Insieme ad altre mamme, Emin Deniz si recò in questa città per verificare se tra i cadaveri o i prigionieri vi fossero i suoi figli. Per raggiungere il luogo ha superato cinque posti di blocco: ad ognuno di essi è stata insultata ed umiliata. Giunta all’obitorio ha scoperto che i cadaveri erano dieci, di cui cinque irriconoscibili perché neri, interamente consumati, erosi: uccisi con armi chimiche. Gli altri cinque erano senza mani, senza piedi, senza occhi, con la testa aperta ed il volto bruciato: torturati a morte e poi resi irriconoscibili.
 Il PKK ha reso noti i nomi dei dieci cadaveri, tra i quali non figurano quelli dei suoi figli.
Emin Deniz, però, ugualmente non riesce più a dormire.