giovedì 23 ottobre 2008    Registrazione  •  Login
 
   
 
   
   
   
 
 

 

 

dossier2.2.jpg

 

 

editoriale1.jpg

 

 

archfot.gif

 

 

 

rubrica diritti.jpg

 

 

Franck Kangundu

Chiesta la pena di morte contro i presunti assassini di un giornalista.aid-76875_0.jpg
RD Congo, 5 aprile 2007 AFP

Il pubblico ministero ha chiesto mercoledì la pena di morte contro i cinque imputati dell’omicidio di un giornalista congolese, ammazzato con la moglie nel novembre 2005 a Kinshasa.
Il Tribunale militare di Kinshasa-Matete emetterà la sentenza il prossimo 13 aprile, ponendo fine a un lungo processo iniziato il 12 luglio 2006 e che, secondo le parti civili, non ha fatto emergere la verità.
Franck Kangundu (alias Franck Ngyke, suo nom de plume, 52 anni), giornalista del quotidiano La Référence Plus, e sua moglie Hélène Paka (41 anni) sono stati uccisi il 3 novembre 2005 davanti al loro domicilio di Limete, un quartiere popolare a est di Kinshasa, da uomini armati col volto coperto. Un figlio della coppia è rimasto ferito in modo non grave.

Franck Kangundu era capo della redazione politica di La Référence Plus, uno dei più importanti quotidiani congolesi. Era padre di cinque figli.
L’omicidio, stando alle dichiarazioni dei testimoni oculari, ha avuto caratteri insoliti e sospetti, che farebbero pensare ad un’esecuzione legata alla professione di giornalista piuttosto che a una semplice rapina finita tragicamente. I quattro uomini armati, infatti, attendevano la coppia sotto casa e Frank Kangundu non ha cercato di opporsi, ma ha anzi tentato di negoziare, proponendo loro di condurli con sé in macchina a prendere del denaro. I quattro uomini avrebbero però dichiarato di avere ricevuto l’incarico di ucciderlo. 

Nel corso del processo, i cinque imputati, tre militari e due civili, sono stati accusati di omicidio, tentativo di omicidio, associazione per delinquere, estorsione, furto di arma e ricettazione dei telefoni delle vittime, i soli oggetti risultati rubati durante i fatti.
Gli avvocati delle parti civili hanno deplorato la leggerezza con la quale il processo è stato istruito, sia da parte della polizia che della procura militare ed hanno stigmatizzato il rifiuto del tribunale di accogliere numerose loro richieste dirette ad approfondire i fatti. Hanno ancora lamentato che il processo non ha consentito di conoscere il vero movente dell’omicidio (se una rapina o piuttosto un’esecuzione legata al mestiere di giornalista), lasciando molte zone d’ombra nella ricostruzione ufficiale.

I difensori degli imputati hanno per contro chiesto la loro assoluzione, affermando che non vi sarebbe alcuna prova della loro colpevolezza e che il processo avrebbe svelato l’esistenza di altri soggetti, catturati dalla polizia ma subito rilasciati, le cui confessioni avrebbero avallato la versione della parte civile.
Inoltre il principale accusato, il sotto-luogotenente Joel Muganda, che ha riconosciuto di avere usato il telefono mobile sottratto alla vittima, ha chiesto di essere giudicato da solo, discolpando gli altri quattro accusati.
Un avvocato vicino alla famiglia delle vittime, in una dichiarazione anonima alla AFP, ha riconosciuto che l’unico indizio del processo è costituito dalla telefonata fatta da Muganda. Ha anche confermato che sarebbe stato molto più interessante seguire la pista dell’altro gruppo di uomini, arrestati dalla polizia e subito rilasciati dopo avere ritrattato le prime confessioni.

 

 

L’8 novembre 2005, dopo 5 giorni dall’omicidio del giornalista Frank Kangundu, è stato liberato Jean-Marie Kanku, editore e direttore del trisettimanale L’Alerte, previo pagamento di 150 dollari di cauzione. Era stato arrestato 12 giorni prima per “diffusione di notizie false”.
La sua liberazione ha fatto seguito a un incontro, avvenuto il giorno precedente, tra una delegazione di giornalisti e il vice presidente della RD Congo Azarias Ruberia. In quella occasione i giornalisti hanno presentato un memorandum contro l’assassinio di Frank Kangundu e per la liberazione di Kanku.
Lo stesso giorno un migliaio di giornalisti erano sfilati per le vie di Kinshasa, in una “marcia silenziosa” per denunciare l’assassinio del collega e chiedere l’apertura di una commissione indipendente di inchiesta.