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Genocidio armeno

Afrique Asie – novembre 2007

 

Editoriale

 

Il Senato nordamericano ha votato, il 26 settembre scorso, una risoluzione proposta da Joe Biden, senatore democratico e candidato alla Casa Bianca. Adottata con la cospicua maggioranza di sessantacinque voti contro ventitrè, questa risoluzione preconizza né più né meno la spartizione de facto dell’Iraq, su basi etniche e confessionali, tra tre regioni: kurda, sannita e sciita! A parte qualche rivolgimento in Iraq e qualche rara protesta piuttosto timida nel mondo arabo, questa risoluzione, portatrice di destabilizzazione e future guerre di frontiera, non ha scandalizzato molti.

Forti del loro successo, gli stessi zelanti senatori hanno voluto portare in votazione un’altra risoluzione concernente, questa volta, il riconoscimento del genocidio armeno compiuto circa un secolo fa dall’Impero ottomano. Ma sotto la pressione della Casa Bianca, e di fronte alle minacce di Ankara di chiudere le basi nordamericane in Turchia, il Congresso, dominato dai democratici, ha dovuto battere in ritirata e rinunciare al suo progetto.

Ecco la prova che il Congresso nordamericano - spesso scimmiottato da altri Parlamenti occidentali – non è per niente mosso dall’intenzione di ristabilire la verità storica, ed ancora meno da quella di riparare ad un’ingiustizia. Le sue decisioni sono a geometria variabile e vengono prese su pressione di questa o quella lobby. Mai il cinismo politico è stato così flagrante nelle relazioni internazionali ed il diniego di giustizia così arrogante.

Certamente é encomiabile riconoscere – anche attraverso risoluzioni spesso sostenute da un lavoro sistematico di lobbing – dei massacri e dei genocidi che i loro autori rifiutano di ammettere. Ma questo lavoro di memoria e riparazione sarebbe più credibile se quelli che lo perseguono cominciassero ad applicarlo prima di tutto a loro stessi. Così il Parlamento francese ha giudicato utile, per ragioni elettorali, riconoscere il genocidio armeno commesso dall’Impero ottomano. Lo stesso Parlamento, non solo si rifiuta, però, di riconoscere i crimini e gli orrori commessi dalla Francia coloniale in Africa in generale, e in Algeria in particolare, ma ha creduto bene approvare nel 2005 l’infamante articolo 4 della legge che stabiliva, tra l’altro, “I programmi scolastici  riconoscono in particolare il ruolo positivo della presenza francese oltre mare, specialmente nell’Africa del Nord, e accordano alla storia e ai sacrifici dei combattenti dell’esercito francese andati via da quei territori la posizione eminente alla quale hanno diritto”. Approvato e, sotto una unanime indignazione, frettolosamente ritirati da Jacques Chirac.

Lo stesso Parlamento avrebbe dovuto occuparsi di un genocidio più attuale, quello del Rwanda, e riconoscere le responsabilità della Francia per l’aiuto fornito ai genocidi.

I senatori nordamericani, piuttosto che occuparsi solo dei genocidi capaci di portare loro dei voti per la rielezione, avrebbero potuto occuparsi anche del genocidio degli Indiani americani. Erano più di 12 milioni sul territorio dei futuri Stati Uniti quando sono sbarcati i bianchi. Non ne restavano che 250.000 nel 1895. Sistematicamente deportati, massacrati, donne e bambini compresi. I sopravvissuti sono stati acculturati con metodo, poi abbandonati alla miseria.

In Algeria, al momento dello sbarco francese nel 1832, la popolazione autoctona giungeva a 10 milioni. Grazie al “ruolo positivo” della Francia, non ne restavano, quaranta anni più tardi, che 2 milioni.

Il libro nero del colonialismo è ancora lontano dall’essere stato scritto. I paesi occidentali, grandi maestri di democrazia e di diritti umani nei confronti dei loro ex colonizzati, farebbero meglio a smettere di strumentalizzare le tragedie della storia a fini bassamente elettorali  per nascondere gli orrori in corso, in Iraq soprattutto, dei quali essi sono i principali responsabili.

 

(traduzione a cura di ossin)