Fonte: Nouakchott Info, 19 luglio 2007 (traduzione a cura di Ossin)
ANCORA UNA STORIA DI SCHIAVITU’
Mentre le autorità politiche rendono pubbliche le linee della legge che criminalizza le pratiche di schiavitù, ecco che si assiste a dei casi che si realizzano alla luce del sole. Dei comuni cittadini che si dichiarano vittime della barbarie degli uomini (i padroni) chiedono aiuto alla giustizia che dice di non vedere niente.
Si chiama Ghayba Mint Hartane, abita in una sperduta località del Trarza che si chiama Manhar, situata a qualche chilometro da Rkiz.
Aveva certamente di che riempire la sua giornata con le varie responsabilità di una madre di famiglia ma, da due mesi a questa parte, la sua sola preoccupazione è diventata quella di far luce sul divorzio forzato di sua figlia. La storia che racconta parla di un negriero della peggiore specie che approfitta dei suoi schiavi (violenta le donne), promettendo loro le chiavi del paradiso. La credulità delle sue vittime è tale che alcune, da anni, si piegano a tutti i suoi insaziabili piaceri bestiali. Ma oggi, e grazie al sostegno morale di qualche persona di buona volontà, come l’ONG SOS-ESCLAVES, alcune osano sollevare la testa per dire: “Sono stufa dell’arbitrio e dello sfruttamento”.
Ghayba è di quelle donne che, malgrado la loro ignoranza dei testi scritti, sentono che le cose sono cambiate. Ed ha il coraggio e la temerarietà di volere la verità e di sfidare colui che ha per lungo tempo tenuta in suo dominio lei e i suoi. E’ dunque quando viene a sapere che suo genero ha divorziato da sua figlia Toueidimatt Mint Ethmane, perché il “padrone” Mohamedou Ould Baba aveva intimato allo sposo di lasciarla, costituendo la donna “sua proprietà personale”, che Ghayba ha deciso di sperimentare la reale attuazione del principio di criminalizzazione delle pratiche schiaviste nel nostro paese.
Un uomo è sempre assoggettato alla schiavitù dal lato materno. Ora, il brigante credeva di avere dei diritti di vita e di morte sulla progenie di Ghayba che fu sua schiava, prima di lasciarlo davvero. Ghayba a questo punto è andata al posto di gendarmeria per denunciare il fatto, ma questa volta ha rivelato anche tutti i segreti dello schiavista che manteneva le sue vittime in una prigione psicologica, al punto di far loro credere di poterle mandare in paradiso o all’inferno. Ma nell’inferno c’erano già: quello dei ferri invisibili con i quali le ha tenute incatenate per tutti questi anni, private della loro libertà e asservite.
Quanto a Ghayba, lei non aveva nulla da perdere e tutto da guadagnare. La sua lotta personale, non la considera solo come sua, ma anche come quella di sua figlia, di suo genero che ha lasciato la moglie sulla quale il negriero pretende di avere dei diritti.
Infatti lei combatte per tutti: presenta una denuncia, presidia l’ufficio della gendarmeria tutti i giorni. Stoica, crede alle cose che le dicono. L’attesa è lunga e finalmente, di fronte a tanta tenacità, le si confida che il suo dossier è stato trasmesso alla procura di Rosso. Non si fa pregare due volte e si reca nella capitale regionale, traffica nei dossier, perduti di vista un momento, prima di ritrovare il suo. Compare davanti al Procuratore della regione e conferma la sua denuncia contro colui che accusa di aver abusato di diverse ex schiave, di avere rinnegato la propria stessa progenie, di avere fomentato con falsi pretesti il divorzio di sua figlia. L’uomo ricercato viene catturato e condotto davanti al giudice. Lei chiede un confronto con lui, senza successo. Ma aspetta, sicura del suo buon diritto, che sarà condotta una inchiesta diligente per accertare la verità.
Ma è qui che le sue previsioni si rivelano false. L’uomo viene rilasciato senza processo e le lancia perfino la sfida di far fallire tutti i suoi sogni di liberazione.
Per evitare di perdere la faccia e la sua lotta, Ghayba ha abbandonato tutto per venire a Nouakchott e sensibilizzare le autorità, i militanti per i diritti dell’uomo e l’opinione pubblica nazionale sul totale statu quo che si mantiene nella sua località, non lontana da Rkiz. Sarà ascoltata?
I suoi sperano che il suo disperato appello non cada in orecchie sorde e che sia fatta luce per mettere fine alle pretese di Mohamedou. Altrimenti a che serve di promulgare leggi se gli uomini le calpestano ogni giorno.