La lezione della guerra russo-georgiana
di Gianmarco Pisa
Chi ha avuto modo di seguire gli aggiornamenti dal fronte del Caucaso settentrionale si sarà certamente imbattuto in una grande quantità di analisi e di prospettive riguardanti la guerra dei “cinque giorni” (tanto è durata, da giovedì 7 agosto a martedì 12 agosto) tra Russia e Georgia in Ossezia meridionale.
L’aspetto più sorprendente di questa panoramica è la grande quantità di motivazioni addotte per spiegare il conflitto, a fronte di un’impressionante (ed un po’ preoccupante) assenza di contraddittorio, cioè di orientamenti divergenti o, semplicemente, “non conformi”: nessuno, tra gli osservatori europei e statunitensi, che abbia, pur senza dover per forza prendere le parti della Russia, per lo meno indicato nella Georgia e nella sua pericolosa e corrotta deriva neo-atlantica una delle motivazioni, certo non esauriente ma neanche irrilevante, del conflitto agostano.
Tornano, in questo approccio clamorosamente “occidentalistico” ed “euro-centrico”, alcuni vecchi vizi e mai sopiti pre-concetti nei confronti dell’ “orso” russo: minaccia alla stabilità energetica dell’Europa ed antagonista al primato unipolare degli Stati Uniti sullo scacchiere mondiale, l’orso, dunque, si risveglia e torna a far paura ridestando vecchie e nuove idiosincrasie.
E’ sembrato di ri-accarezzare scenari deludenti da “guerra fredda”, al punto che le uniche voci appena fuori dal coro, nell’establishment internazionale, le abbiamo ascoltate nientemeno che dal ministro degli Esteri Frattini e dal redivivo ex-presidente sovietico Gorbacëv: il primo ad ammonire l’Europa a non isolare la Russia (nostro fornitore primario di gas, in buona compagnia dell‘Algeria), il secondo a ricordare al mondo le responsabilità dell’espansionismo atlantico e dell’unipolarismo statunitense nell’escalazione del conflitto.
Vi è, però, a leggere i resoconti giornalistici, un altro grande assente dal fronte caucasica della “disinformacija” (arte nella quale le cancellerie occidentali eccellono non meno di quella russa): il Kosovo. Colpevole distrazione, il fatto che nessuno abbia stabilito alcun parallelo tra le due vicende o ricordato la politica dei “due pesi e due misure”, la cui denuncia (facendo con ciò gran torto alla qualità del diritto internazionale stesso) abbiamo lasciato completamente appannaggio del neo-premier russo, quel Vladimir Putin che in tempi non sospetti aveva ricordato alle Nazioni Unite che una violazione internazionale non può non costituire un precedente solo perché un pugno di nazioni (gli Stati Uniti ed una buona parte, neanche tutta, dell’Unione Europea) ha così deciso.
In effetti, quel che è successo in Ossezia meridionale (ed in Abkhazia, altra regione indipendentista russofona in territorio georgiano), se ha molte chiavi di lettura ha certamente anche questa retro-azione specifica: non tanto la politica di cittadinizzazione russa degli osseti meridionali (cui il governo federale ha concesso in gran copia passaporti russi), né tanto meno l’auto-governo “di fatto” portato dalla missione di interposizione russa nella regione, quanto piuttosto l’eredità della lezione kosovara, quella cioè di una separazione “di fatto”, approdata ad un’altrettanto “di fatto” pseudo-indipendenza, per tutelare la maggioranza locale (albanese) oppressa dalla maggioranza nazionale (serba).
Sarà difficile non tenere in conto il fatto che in Ossezia meridionale è successo qualcosa di simile: l’auto-governo locale che chiede l’intervento dell’esercito federale di stanza nelle regioni meridionali della madre-patria russa per proteggere la popolazione osseta (affine alla popolazione russa molto più che a quella georgiana) da un attacco al confine portato dalle armate della maggioranza detentrice della sovranità nazionale (georgiana).
Il conflitto russo-georgiano è dunque perfettamente coerente con la drammatica situazione mondiale d’inizio secolo: il presidente Bush può dire fin che vuole che il “regime changing” e la ritorsione militare sono “fuori dalla storia del XXI secolo”, ma si tratta delle stesse armi adoperate dalla Casa Bianca in Iraq dal 2003 in avanti. Forse è semplicemente che gli allievi minacciano di superare i maestri o che i maestri non dispongono più in via esclusiva del “monopolio legittimo della violazione”, il che non può non dare fastidio e suscitare “preoccupazione”.
In questo caso vi è, per di più, l’aggravante simil-kosovara di tutelare una maggioranza locale (quella osseta) dalle provocazioni della maggioranza sovrana (quella georgiana), scioltasi come neve al sole dinanzi ai colpi, pur micidiali e cruenti, dell’artiglieria e dell’aviazione russe e che ha dimostrato, prima di sciogliersi per l’appunto, di non essere tutrice così affidabile ed efficiente degli interessi occidentali nell’area, misurati in termini di rotte del petrolio (la Baku-Tblisi-Cehyan) e di porti di smistamento (quello di Poti è stato raso al suolo dalla Marina russa). E’ stata questa, per la dirigenza georgiana ansiosa di approdare nella NATO, la sconfitta probabilmente più bruciante.
Ora c’è da auspicare che il nuovo che avanza, portato anche qui, purtroppo, dal clamore delle armi piuttosto che dalla forza della diplomazia, dischiuda uno scenario nuovo nel Caucaso: un più esteso auto-governo locale nelle regioni contese ed una più matura consapevolezza che la stagione dell’unipolarismo è tramontata. La vetrina cinese delle olimpiadi di Pechino e la guerra dei “cinque giorni” nel Caucaso settentrionale potranno allora fungere da segnale anche per qualche attardata cancelleria (Ucraina e Repubbliche Baltiche in primo luogo) che ancora coltiva sogni di piccola gloria all’ombra della superpotenza presunta “assoluta”.