français
La Liberté, 13 dicembre 2007
Algeri, il giorno dopo
La GSPC rivendica ed esalta i suoi assassini
Identificati i due kamikaze
di Zahir Benmostepha
Per l’ex-GSPC (Groupe Salafiste pour la Predication et le combat, ndt), questi piccoli scolari che non gli hanno opposto se non l’innocenza della loro età, queste donne, questi vecchi e questi studenti i cui corpi sono stati frantumati dalla dinamite, sarebbero “i crociati e i loro agenti, gli schiavi degli Stati Uniti e i figli della Francia”, che vuole “umiliare” proditoriamente e nel modo più vile possibile per difendere “la nazione islamica”.
Ieri, rivendicando in un comunicato pubblicato su di un sito internet il duplice attentato che ha colpito martedì Algeri, l’ex GSPC si perde in una fantasmagoria che si appropria in modo nascosto dei punti di riferimento che hanno reso grande l’islam e si infila con effrazione in quello che vi è di più nobile nella religione mussulmana, per esprime istinti piuttosto elementari che attribuiscono ai “martiri” caratteri caricaturali. I due kamikaze, armati con fucili d’assalto, sullo sfondo della bandiera verde dell’islam, le cui foto sono pubblicate sul sito, vengono quindi definiti come “cavalieri della fede che si sono sacrificati per difendere l’islam”. “L’eroe martire cheikh Ibrahim Abou Athmane s’è lanciato nella odierna mattinata con un camion carico di non meno di 800 chili di esplosivo per schiacciare la tana dell’apostasia internazionale”, annuncia il comunicato per poi aggiungere: “l’esplosione che ha provocato, secondo una prima stima, non meno di 60 morti e decine di feriti tra i ranghi dei crociati e degli apostati, Dio sia lodato”. Che è come dire che per l’ex-GSPC questi piccoli scolari che non gli hanno opposto se non l’innocenza della loro età, queste donne, questi vecchi e questi studenti i cui corpi sono stati frantumati dalla dinamite, sono “i crociati e i loro agenti, gli schiavi degli Stati Uniti e i figli della Francia”, che vuole “umiliare” proditoriamente e nel modo più vile possibile per difendere “la nazione islamica”. In un allucinante scenario all’irachena, l’ex GSPC paragona Hydra e Ben Aknoun, i luoghi dove si sono verificati gli attentati, alla cittadella imprendibile di Bagdad “la zona verde”, celebre quartiere della capitale irachena difeso dalle truppe nordamericane, per tentare di convincere l’opinione pubblica sulle sue pretese capacità e la sua forza d’urto, “ancora intatta”. Sforzandosi particolarmente di fornire una fallace dimostrazione della fragilità del dispositivo preparato dai servizi di sicurezza. Infatti in un pessimo sussulto d’orgoglio seriamente scosso dalla reale disfatta inflittagli in questi ultimi mesi dai servizi di sicurezza e dall’ANP (Esercito nazionale popolare, ndt), il GSPC tenta disperatamente di rifarsi una verginità a proposito dell’impantanamento delle truppe nordamericane di fronte alla resistenza irachena, ma anche attraverso una laboriosa identificazione con la nebulosa di AlQaida e l’ossessione che questa ispira all’Occidente. “Questo attacco ricorda ai crociati che occupano le nostre terre e saccheggiano le nostre ricchezze, la necessità di prestare orecchio alle esigenze e ai discorsi del nostro cheikh ed emir Oussama Ben Laden, che Dio lo protegga”.
Nel dedicare l’attacco omicida di Hydra e Ben Aknoun al nome del capo terrorista Abou Haidara, eliminato dalle forze di sicurezza sulle alture della capitale, il GSPC vuole sottolineare che questo attentato ha natura di vendetta. “Questo attacco è una vendetta per il sangue dei nostri fratelli martiri Abou Yahia, Soufiane Abou Haidara e Ali Abou Dahdah e tutti gli altri martiri. Voi pagherete caro ogni volta che un martire cade e i prossimi colpi dei moudjaidine vi faranno dimenticare ogni preteso successo di cui parlate”, dice il comunicato che così si allontana dagli svoli letterari pieni di religiosità, per impegnarsi in un discorso leggero e soprattutto crudo che ricorda in maniera singolare il regolamento dei conti.
Attentati ai quali il gruppo terrorista conferisce inoltre il senso di una messa a punto. “per “mettere i punti sulle i e spazzare via le leggende che avete creato e le illusioni che avete intessuto”, dichiara il comunicato dell’ex-GSPC.
Il discorso assume allora un carattere revanscista e stilla un odio incommensurabile ed un fallimento non accettato, articolato intorno ad azioni omicide i cui autori vogliono provare “tutto e niente”
Per esempio che la decimazione realizzata dai servizi di sicurezza ai vertici dell’organizzazione terroristica e le numerose defezioni di “emiri” non abbiano per nulla intaccato la loro operatività. “Questo attacco ha fatto volare in frantumi la leggenda secondo cui il nocciolo duro del nostro gruppo sarebbe stato distrutto”, dice il comunicato volendo seminare il dubbio sulla veridicità delle informazioni rese pubbliche circa la decapitazione del GSPC, affermando, d’altro canto, per tentare di smentire le notizie circa la manipolazione e l’indottrinamento dei giovani da trasformare in bombe umane che “i moudjahidine del Maghreb fanno ressa per partecipare alle operazioni di martirio, che continueranno fino alla liberazione di tutta la terra dell’islam”.
Rivendicato l’attacco all’aereoporto di Djanet
“Ecco il capo Hadhifa Abou Younès El-Assimi, emir della zona Centro e successore del martire Abou Haidara che vi restituisce il colpo raddoppiando”, si legge nel comunicato che vuole manifestamente far credere all’opinione pubblica che il GSPC dispone di una buona riserva di uomini qualificati e competenti. “Tutti i moudjahidine sono capi potenziali; ogni volta che ne cade uno, si troverà un altro per prenderne lo stendardo”. E’ forse vero quando si tratta di realizzare a tradimento delle azioni cieche, senza discernimento e senza altra pianificazione che non sia quella di lanciare un veicolo pieno di esplosivo contro un edificio. E’ per lo meno quanto ha dimostrato il GSPC, rivendicando in un comunicato l’attacco all’aeroporto di Djanet e quello che ha preso di mira il convoglio di una impresa attiva nel settore petrolifero a Ain Defla.