Manifestazioni di regime
di Nicola Quatrano
“Nonostante un importante dispositivo di sicurezza, il percorso della fiamma olimpica a Parigi è stato interrotto varie volte, lunedì 7 aprile, da incidenti che hanno opposto militanti pro-tibetani ed esponenti di Reporters sans frontières (RSF) alle forze dell’ordine. La torcia è stata per quattro volte messa al sicuro in un bus della sécurité, e per un momento spenta, prima di essere riaccesa poco dopo le 13,30…”
Questa la cronaca di Le Monde sugli avvenimenti. Nulla il quotidiano ci dice del folto pubblico (molto più numeroso dei pochi contestatori), che applaudiva invece al passaggio del simbolo olimpico, né del volto terrorizzato di una tedofora in sedia a rotelle, di fronte ai tentativi di aggressione degli attivisti per la libertà. Né tantomeno dell'ironico slogan scandito da alcuni cinesi presenti: "Libertà per il Tibet e libertà per la Corsica".
Poche volte è successo che la cronaca di importanti avvenimenti sia stata tutta centrata su gruppi sparuti di manifestanti, come sta accadendo in occasione di queste Olimpiadi di Pechino del 2008, piuttosto che sui fatti stessi.
Poche volte si è assistito a dimostrazioni così ben viste dai Governi. Forse solo in occasione delle ricorrenti manifestazioni di attivisti mussulmani contro le offese recate dall’occidente ai valori e ai simboli dell’islam, quando il dispiegamento di ingenti apparati di sicurezza malamente nasconde la simpatia delle leadership verso i dimostranti, la complicità con essi.
E’ la prova che si tratta di manifestazioni di regime, incoraggiate, sostenute, forse finanziate dai governi dell’occidente, in funzione anticinese.
Che un problema di diritti umani esista in Tibet non può essere certamente negato, come pure non può negarsi il diritto del popolo tibetano alla propria identità culturale. Quello che è sconcertante (e vergognoso) è il comportamento dei governi occidentali.
Il Nicolas Sarkozy che pone serie condizioni alla Cina per partecipare alla cerimonia di apertura dei giochi olimpici, è lo stesso che appoggia e sostiene incondizionatamente il governo marocchino nel suo programma di genocidio culturale del Sahara occidentale, l’ex provincia spagnola in cui prosegue la politica di “marocchinizzazione”, attraverso la cancellazione della identità culturale saharaoui e l’arresto e la condanna di centinaia di militanti della (questa si) pacifica intifada.
La ragione di questa apparente schizofrenia è chiara: il Marocco è un fedele alleato dell’Occidente e la Cina è un temibile concorrente. I diritti umani che commuovono l’occidente sono solo quelli che gli fanno comodo.
Il ruolo di Reporters sans frontières
Che si tratti di manifestazioni di regime lo si capisce anche dal ruolo importante svolto da Reporters sans frontières, l’ONG fondata e diretta da Robert Ménard, un sinistro personaggio che di recente ha teorizzato l’uso della tortura per liberare gli ostaggi.
Secondo il nostro, in questi casi, “non è più una questione di idee o di principi, ma di guerra” e conviene quindi “prendere un certo numero di persone, prenderle fisicamente, avete capito, minacciandole e torturandole".
La sintonia con il Bush-pensiero non è occasionale, né deve meravigliare; proprio i Reporters sans frontières si sono guardati bene, nei loro due ultimi rapporti (l’informazione risale al giugno 2005), dal segnalare gli abusi e le violazioni dei diritti umani compiute dagli Stati Uniti nella guerra in Iraq e perfino le torture ed i trattamenti inumani ricorrenti ad Abu Ghraib e a Guantanamo. Nemmeno una parola hanno speso a proposito delle tremila (o forse cinquemila) persone che, per ammissione dello stesso presidente George W. Bush e del suo ministro della Giustizia Ashcroft, sono sparite negli ultimi anni, inghiottite dalle carceri speciali dei servizi nordamericani.
In compenso l’organizzazione diretta dall’ineffabile Ménard è attentissima alle violazioni (vere o presunte) dei diritti umani a Cuba e lo fa con mezzi tanto disinvolti, che nel 2004 l'Onu ha avviato nei suoi confronti un processo di espulsione per tre anni dal ruolo di entità consultiva, per “atti incompatibili con i principi e gli obiettivi della Carta delle Nazioni Unite”. E questo a causa del lavoro, non sempre trasparente e non sempre da giornalisti, riguardo a Cuba.
In un articolo del 2005, Gianni Minà ha accusato espressamente l’ONG diretta da Ménard di essere al servizio dei più indicibili interessi nordamericani. Gli USA - sostiene Minà - “usano agenzie informative e network radiotelevisivi compiacenti, spesso sovvenzionati a milioni di dollari, che contribuiscono a esaltare i governanti dei paesi che attuano politiche convenienti alla loro economia e aiutano a infangare leader come Castro, Chavez, o perfino Lula da Silva, non allineati e coperti sulle direttive delle multinazionali e della finanza speculativa.
Un lavoro di lobbying per appoggiare sul piano della propaganda le nuove strategie di destabilizzazione e di delegittimazione, messe in atto dal governo di George W. Bush contro Cuba. Strategie iniziate con l'invio nell'isola del nuovo incaricato d'affari Usa James Cason, un funzionario esperto di “guerre sporche” in America latina, che ha avuto una dotazione di 53 milioni di dollari l'anno per favorire un cambio “rapido e drastico” nell'isola. Il progetto prevede infatti, come segnala il sito del Dipartimento di stato Usa nel file Cuba libre, anche uno stanziamento di 5 milioni di dollari l'anno per favorire un'adeguata circolazione di notizie faziose o manipolate sulla revolución. Una volta questo lavoro strategico veniva fatto dal Ned, National Endowment for Democracy, un'agenzia della Cia che si serviva dei mitici “Comitati per i diritti umani a Cuba”, sorti all'epoca di Reagan e Bush padre in tutte le capitali europee, e poi caduti in disuso negli anni '90 sotto la presidenza di Bill Clinton, perché ritenuti dispendiosi e poco convenienti. Adesso, evidentemente, i funzionari del Ned hanno ritenuto meno expensive e più comodo affidare questo incarico direttamente a giornalisti come Ménard.
Reporters sans frontières – ricorda ancora Minà - non ha solo sponsor politici come il Ned, ma anche economici: da Jean Marie Messier, il discusso ex-presidente della multinazionale francese Vivendi Universal, alla FNAC, alla Saatchi & Saatchi, il gigante mondiale della pubblicità. Sono relazioni che spiegano la martellante campagna anticubana in atto dall'avvento alla presidenza di George W. Bush. Non a caso Reporters sans frontières ha un rapporto privilegiato anche con Publicis, concessionaria delle strategie di promozione delle forze armate Usa, della Coca Cola [che ha tristi trascorsi riguardo alla sorte dei sindacalisti nelle sue affiliate latinoamericane], della McDonald's e della Bacardi, la ditta di rum che sovvenziona in Florida le attività eversive per annientare il turismo a Cuba”.
Oggi Robert Ménard e i suoi reporter sono i protagonisti superpubblicizzati delle campagne anticinesi per la libertà del Tibet. Le immagini delle televisioni di tutto l’occidente concentrano su di loro le telecamere del pensiero unico.
E’ inutile rimproverare alla sorda coscienza dei Reporters sans frontières il fatto che non abbiano mai sentito il bisogno di organizzare campagne contro i delitti di lesa umanità commessi dagli Stati Uniti in Afghanistan e Iraq, che non si siano mai sognati di prendere posizione per i quattordici reporter uccisi in Iraq dal “fuoco amico” senza nessuna ragione [e in qualche occasione col dubbio della volontarietà], o la loro assenza quando in Bolivia o in Perù presidenti come Sanchez de Losada o Gutierrez facevano sparare sugli indigeni che reclamavano i propri diritti negati da cinquecento anni, o per non aver mai chiesto ragione al presidente colombiano Uribe, che governa con l'appoggio dei paramilitari, della realtà politica di un paese, dove ogni anno sono uccisi più giornalisti e sindacalisti che in qualunque altra parte del mondo.
Come sarebbe inutile chiedere conto del silenzio assoluto tenuto sui crimini di Israele e sul Sahara occidentale, dove il governo marocchino vieta l’ingresso ai giornalisti per impedire la divulgazione di notizie sulle violazioni dei diritti umani e la spietata repressione delle lotte per l’autodeterminazione del popolo saharaoui.
Questi reporters hanno infatti sinistre frontières.