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Missione

Missione di magistrati europei in Sahara Occidentale e in Marocco dal 5 al 15 gennaio 2008

di Abdelkamel K.

 

Di primo acchitto, i componenti di questa missione danno un’idea sulla situazione dei diritti dell’uomo in Marocco ed in Sahara Occidentale, dicendo nel loro rapporto che “arresti e processi si concludono con pene pesanti, soprattutto contro i militanti delle associazioni”.

 

Descrivendo un incalcolabile numero di fatti che hanno potuto constatare nelle città marocchine ed in Sahara Occidentale, i partecipanti alla missione ritengono di essersi trovati al cospetto di un disastro sociale. Scrivono che nelle città saharaoui, “la situazione è ferma. L’impasse dura da più di 15 anni e l’Intifada pacifica costituisce l’unico elemento dinamico di una situazione destinata altrimenti a incancrenirsi”. A proposito di una eventuale ripresa delle armi da parte del Fronte Polisartio, evocata durante il congresso di Tifariti, uno di loro scrive: “Ho avuto l’impressione di un profondo radicamento dell’opzione di resistenza pacifica. L’idea di prendere le armi è qualche cosa che non piace, ma che viene considerata come uno sbocco pressoché inevitabile del probabile fallimento dei negoziati patrocinati dall’ONU tra il Marocco e il Fronte Polisario”.
Quanto allo svolgimento dei processi contro gli attivisti saharaoui davanti alla Giustizia marocchina, ai quali hanno assistito, gli autori del rapporto rilevano che vi sono “delle confessioni rese agli organi di polizia, senza la presenza di un difensore. V’è inoltre la testimonianza di de minorenni, raccolta senza alcuna precauzione”.
A partire da tale constatazione, ritengono che “sembra quasi si voglia negare l’esistenza dell’Intifada, dimostrando che le manifestazioni per l’autodeterminazione non sono spontanee, ma commissionate da qualcuno in cambio di denaro. Tuttavia i comportamenti degli accusati, che entrano in aula scandendo slogan inneggianti all’autodeterminazione del popolo saharaoui contrasta con l’immagine di soggetti che hanno agito solo a scopo di lucro”. Per dimostrare che i detenuti saharaoui sono motivati da ragioni patriottiche, i magistrati scrivono, per esempio, che “i due accusati entrano facendo il segno della vittoria con le dita e scandendo slogan inneggianti all’autodeterminazione del popolo saharaoui.”
Secondo la testimonianza di un membro dell’ASVDH, che è stato detenuto nella Carcel Negra di Laayoune, le condizioni dei detenuti politici sono insopportabili. Afferma che “le condizioni di vita dei comuni sono ancora peggiori, raggruppati in una sola cella fino a 24 persone, in una situazione di frequente promiscuità tra maggiorenni e minorenni. Particolarmente grave è la situazione dei bambini. L’imputabilità si acquista, per la legge marocchina, a 15 anni, ma – almeno nella prigione di Laayoune – ci sono bambini di 9 anni, in transito prima di essere inviati nei riformatori. In generale, è prevista una sezione speciale per i minori di 18 anni ed un’altra per i detenuti di età tra i 18 ed i 20 anni, ma sono frequenti i casi di promiscuità con gli adulti. Le prigioni marocchine sono dirette dall’autorità giudiziaria, ma quella di Laayoune è gestita dai servizi segreti”.
Quanto alla situazione sanitaria, riferisce che “il servizio sanitario è pessimo. C’è una clinica ma non ci sono medici. Il personale della prigione segue uno stage di 3 mesi per diventare infermiere ed a questo sono affidate le prime cure. Il paziente viene inviato in ospedale solo in caso di prolungamento della malattia. I malati psichiatrici non sono separati dagli altri prigionieri. Le medicine non sono distribuite gratuitamente, bisogna comprarle dai guardiani. Nelle prigioni marocchine vi è un fiorente traffico di droga, vino e medicine, soprattutto il Valium.
Questo genere di testimonianza è frequente, ma non succede niente, le autorità marocchine fanno orecchie di mercante rispetto ai rapporti delle organizzazioni internazionali di difesa dei diritti dell’uomo, che continuano invano a condannare.
In questi rapporti si leggono i dettagli e gli sconfinamenti delle forze di sicurezza e dei magistrati marocchini durante i processi ai quali hanno potuto assistere i componenti della missione nel corso del loro soggiorno dal 5 al 15 gennaio 2008. Nicola Quatrano, magistrato di Cassazione in Italia, dà altresì conto della lettera che ha indirizzato al Ministro della Giustizia marocchina il 14 gennaio 2008, nella qual tratta del caso di Mohamed Kamal Lemrini, Bard Arafat, Azedine Menali e di 43 detenuti (10 minorenni, 2 donne ed altri 32) arrestati per avere manifestato a Sefrou il 23 settembre 2007. Il magistrato italiano afferma che egli non mancherà di “renderne conto all’Associazione della quale sono membro ed alla Municipalità di Napoli che mi ha inviato, come a tutti quelli che in Italia e in Europa sono preoccupati della situazione dei diritti dell’uomo in Marocco”.
Ecco una constatazione allarmante sulla situazione dei diritti dell’uomo in Marocco ed in Sahara Occidentale, che viene a confermare le accuse di Human Rights Watch e di Amnesty International.