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Mohammed VI

Le Journal Hebdomadaire (19-25 luglio 2008)

 

La diplomazia secondo Mohammed VI

 

Affari esteri: la diplomazia marocchina pecca di incoerenza. Le sue tergiversazioni dilapidano il capitale di prestigio di cui gode il Regno tra i suoi alleati tradizionali

 

Mohammed VI ha deciso, contro ogni aspettativa, di marinare il summit dell’Union pour la Méditerranée (UPM), organizzato in pompa magna il 13 luglio a Parigi. Mentre tutto sembrava indicare ch’egli avrebbe partecipato a questa cerimonia alla quale hanno preso parte più di quaranta capi di Stato dell’Europa e della riva sud del bacino mediterraneo, il Re ha scelto di restare in Marocco e mandare suo fratello, il principe Moulay Rachid a rappresentarlo. In assenza di un comunicato ufficiale del ministero della Casa Reale, del Protocollo e della Cancelleria, si sono avanzate molte ipotesi sulle ragioni di tale assenza. Esse vanno dal pretesto poco convincente del cambiamento dell’agenda del monarca fino alla tesi stravagante ch’egli avrebbe inteso evitare l’incontro col presidente algerino.


Defezioni a raffica
Bisogna dire che Mohammed VI non è alla sua prima defezione. Dalla sua salita al trono ha spesso dato prova di non essere un adepta entusiasta degli incontri internazionali. Egli semplicemente non ha ritenuto opportuno, spesso per motivi non politici, di partecipare alla maggior parte delle conferenze e dei summit arabi ed islamici. Ed ha anche, a più riprese, evitato di partecipare a riunioni regionali e mondiali. Per citare solo qualche esempio significativo, Jacques Chirac, all’epoca presidente,  si era offeso per l’assenza del Re al summit di Vichy; Javier Solana l’aveva presa male per non essere stato ricevuto a Palazzo, per discutere con Mohammed VI delle relazioni tra la NATO ed il Regno, e il presidente della Banca Mondiale si era dovuto accontentare di Driss Jettou. Il presidente brasiliano Lula si è visto anche lui annullare l’incontro  alla vigilia del suo arrivo a Rabat. L’attitudine di Mohammed VI contrasta con quella di Hassan II che partecipava alle grandi riunioni e ne approfittava per tentare di dare al Marocco un ruolo di leadersphip non solo sul piano arabo. Sotto il regime di Hassan II, Rabat era il crocevia dei negoziati tra Israeliani e Palestinesi, che si trovavano qui per degli incontri, spesso ufficiali. Questo oggi non accade più. Dal 1999 il Marocco non riesce più ad avere un ruolo dinamico di mediatore nel Vicino Oriente, e nemmeno come presidente del Comitato di Al Qods (nome arabo di Gerusalemme, ndt).  A questo proposito d’altronde un paio d’anni fa l’Arabia Saudita ha mostrato qualche segno di inquietudine. Riyad è arrivata al punto di manifestare il suo interesse ad assumere la presidenza di questo comitato, diventato moribondo sotto la presidenza marocchina. Non se ne farà niente e Mohammed VI è giunto perfino a snobbare l’importante incontro di Charm-Echeikh.
Ma al di là del suo aspetto di mistero, la ritrosia del Re fornisce indicazioni per comprendere quali sono i rischi che corre la politica estera marocchina. Dopo il licenziamento di Mohamed Benaissa (ex ministro degli esteri, ndt), alcune cancellerie hanno creduto di scorgere la fine della “diplomazia degli abbracci” e che la “vecchia macchina scassata” fosse sul punto di essere riformata a fondo. Ma ciò non è accaduto. I punti segnati da poco nell’affare del Sahara contro il Polisario e il suo protettore algerino, fatto inconsueto negli annali diplomatici, hanno dato l’impressione che le disavventure ripetitive del Regno altro non siano che un ricordo. Ma con tutta evidenza le cattive abitudini sono difficili da perdere, e così negli ultimi otto mesi il Marocco ha collezionato una serie di gaffes in materia diplomatica. Il 6 novembre 2007, in conseguenza della visita del Re di Spagna a Ceuta e Melilla, Mohammed VI richiama l’ambasciatore a Madrid per consultazioni. Lo stesso giorno il Palazzo condanna aspramente. “Esprimiamo con forza la nostra viva condanna e denunciamo con altrettanta fermezza questa visita senza precedenti”, così ha tuonato il Gabinetto Reale attraverso la voce  di Mohamed Mouaatassim. Una levata di scudi orchestrata dall’amico del Re, Fouad Ali El Himma, forte del suo ruolo di Presidente della Commissione Esteri al Parlamento. Fine gennaio 2008, Omar Azziman torna all’ovile all’indomani della visita effettuata a Rabat il 3 gennaio da Miguel Angel Moratinos, ministro spagnolo degli affari esteri.

 

Cattive abitudini
Una giravolta senza ritegno, negoziata a qualche settimana dalle elezioni politiche spagnole, della quale Rabat non ha fino ad oggi spiegato le ragioni, dal momento che Madrid non ha dato segno alcuno di ravvedimento in relazione a tale questione, malgrado la riconferma in marzo del socialista José Luis Zapatero alla testa del governo spagnolo. D’altronde al momento dell’ultimo salto da fermo del capo dell’esecutivo spagnolo a Oujda per salutare Mohammed VI, davanti alla stampa il litigio sulle enclave è stato accuratamente evitato. “La diplomazia marocchina – sostiene un diplomatico europeo a Rabat - non riesce visibilmente a gestire questo dossier. Tende ad usare nei confronti di Ceuta e Melilla un doppio linguaggio. Questo comporta dei problemi per la credibilità del Marocco e per la qualità dei suoi legami don La Spagna”.
Nel dicembre 2007, Rabat richiama il suo ambasciatore in Senegal, a seguito delle dichiarazioni offensive di un responsabile del partito socialista senegalese sul Sahara. “L’ambasciatore del Marocco in Senegal non è accreditato presso il Segretario del Partito socialista, ma presso il Presidente della Repubblica che ha ricevuto le sue lettere di credenziali”, replica l’ufficio del Primo Ministro senegalese in un fermo e laconico comunicato che annuncia allo stesso tempo il richiamo “per consultazioni” dell’ambasciatore del Senegal in Marocco. Questo inatteso incidente macchia “la leggendaria amicizia” tra Rabat e Dakar. Ancora una volta le Cancellerie commentano l’improvvisazione e la precipitazione di Rabat. “Non capisco – si lamenta un ex ambasciatore marocchino in Africa – come il Regno abbia potuto comportarsi così. Tanto più che i legami tra i due paesi sono sempre stati forti e stabili dopo l’indipendenza”. Una valutazione condivisa dalla comunità degli affari che teme ripercussioni negative sui loro massicci investimenti a Dakar. Le cantonate della diplomazia marocchina si moltiplicano e si assomigliano. Il 21 aprile 2008 il Ministero degli Affari Esteri pubblica un comunicato nel quale invita l’Algeria “in amicizia fraterna e sincerità totale ad una normalizzazione dei rapporti bilaterali ed all’apertura delle frontiere tra i due paesi”. L’iniziativa marocchina non ha suscitato reazioni ufficiali del Palazzo di El Mouradia. In mancanza, alcuni ministri algerini l’hanno addirittura fustigata. “Non è attraverso dei comunicati che si posso risolvere certi problemi – commenta un diplomatico arabo in Marocco - Non è serio. In tutti i casi il Marocco voleva prendere due piccioni con una fava: testare le reazioni dell’Algeria e mostrare alla comunità internazionale la sua buona volontà di appianare le controversie coi vicini. Tutto questo sullo sfondo dei negoziati di Manhasset”.  La cosa più curiosa è che l’ambasciatore algerino a Rabat non era stato messo al corrente del comunicato marocchino prima della sua diffusione. Una umiliazione per Larbi Belkheir (ambasciatore algerino a Rabat, ndt) che pure aveva accettato l’incarico in Marocco con l’intenzione di riattivare i rapporti tra i due paesi vicini, puntando sui suoi eccellenti rapporti con gli alti responsabili marocchini, ivi compresi quelli de primo cerchio intorno a Mohammed VI. Se pure non ha ancora perso completamente la sua scommessa, l’ex capo di gabinetto del presidente Bouteflika sembra più che mai isolato a Rabat.
Anche i rapporti tra il Marocco e Al Jazeera sono dello stesso tipo. Alcuni dirigenti marocchini considerano il canale satellitare del Qatar come un outil di propaganda al servizio di Doha. Il 6 maggio scorso l’ufficio di Al Jazeera a Rabat ha ricevuto un fax dell’Agenzia nazionale di controllo sulle telecomunicazioni (ANRT) che notificava il divieto sine die di diffondere il suo giornale quotidiano di informazione maghrebina. “La sospensione è dovuta a cause tecniche- ha assicurato Khalid Naciri- dovendo Al Jazeera assolutamente regolarizzare la sua situazione giuridica e tecnica con l’alta autorità di comunicazione audiovisiva”. La dichiarazione poco convincente del ministro delle comunicazioni non è riuscita ad occultare le vere ragioni di questa decisione: Rabat è più che mai irritata con la linea editoriale di Al Jazeera. In assenza di un comunicato del ministero degli affari esteri, questa volta è un dispaccio della ufficialissaima agenzia MAP che si è preoccupata di farlo sapere. “E’ però incomprensibile e inaccettabile che Al Jazeera, emittente pubblica di un paese arabo fratello, che per sopramercato la finanzia con propri fondi, tenti di esercitare pressioni e ricatti di tal genere sul Marocco, sapendo bene che i dirigenti del Qatar sanno meglio di chiunque altro che non hanno conti da regolare col Marocco”. Ad oggi il Marocco non ha intrapreso alcun passo presso l’ambasciatore del Qatar a Rabat. Né ha, come vuole la tradizione, incaricato il suo primo diplomatico a Doha di chiedere spiegazioni a Sheikh Hamad bin Thamer Al Thani, presidente del consiglio di amministrazione di Al Jazeera. “Le Autorità marocchine – deplora un deputato socialista – non danno prova di saggezza. Invocando dei problemi tecnici, fanno capire alla cancelleria del Qatar che non può costruire la sua nuova sede su un terreno di Rabat, sul quale ancor prima di comprarlo, aveva avuto l’accortezza di assicurarsi l’avallo del ministero degli affari esteri. Non si regolano in questo modo i problemi con Al Jazeera o col suo paese si emissione. Questo è tutto tranne che diplomazia”.

 

Taieb Chadi