L’episodio risale al 4 agosto 2006, quando il direttore e il caporedattore del settimanale indipendente “Le Republicain” sono stati arrestati su richiesta dello Stato del Niger. Maman ABOU e Oumarou Keita erano accusati di propagazione di false notizie e diffamazione contro lo Stato del Niger, per un articolo pubblicato sul settimanale il 28 luglio 2006 che conteneva una analisi generale della situazione politica del Niger e critiche verso l’apertura del paese nei confronti di altre potenze. Si tratterebbe tuttavia solo di un pretesto, secondo quanto gli stessi giornalisti hanno dichiarato (vedi l’articolo dal titolo “La raison d’une arrestation”). Il giornale infatti ha più volte denunciato episodi di malcostume e si è distinto nella campagna per la moralizzazione della vita pubblica; questa sarebbe la vera ragione che ha dato origine all’iniziativa giudiziaria.
I giudici sono stati molto severi. Il 1 settembre 2006 il Tribunale di prima istanza di Niamey ha condannato i due giornalisti a 18 mesi di prigione e 5 milioni di francs CFA (7.600 euro) per danni e interessi e 300.000 francs CFA ( circa 460 euro) di ammenda per “propagazione di notizie false” e “diffamazione”.
Il processo di appello è cominciato 27 novembre 2006 a Niamey. L’udienza è durata cinque ore, poi la Corte si è aggiornata al successivo 11 dicembre. Il Procuratore generale ha svolto la sua requisitoria chiedendo 9 mesi di prigione di cui 6 con pena sospesa. La Corte ha concesso la libertà provvisoria, dal momento che i due giornalisti erano detenuti già da 4 mesi, rispettivamente nelle carceri di Tera e di Filingué.
L’udienza successiva ha registrato un nuovo rinvio al 12 febbraio 2007.
Intervista dei due giornalisti – 6 gennaio 2007
Domanda: Quale è la situazione della libertà di stampa in Niger e che si può fare per migliorarla?
Keita: La situazione della libertà di stampa nel nostro paese è molto preoccupante. Il Niger arretra pericolosamente arrestando e imprigionando i giornalisti che fanno il loro mestiere. Nel 2006 quattro giornalisti hanno scontato pene detentive, di essi ben tre su richiesta dei poteri pubblici; il giornale L’Opinion è stato definitivamente chiuso per decisione del Consiglio Superiore delle comunicazioni (L’organismo ufficiale di regolamentazione dei media), altri giornali hanno ricevuto delle minacce da parte dello stesso Consiglio.
Il primo ministro Hama Amadou ha contribuito molto ad alimentare questo clima di intimidazione, affermando il 4 maggio 2006, all’indomani della Giornata internazionale per la libertà di stampa, che egli avrebbe trascinato davanti al Tribunale i giornalisti che lo avessero criticato, e che avrebbe fatto di tutto per far pagare loro il prezzo delle critiche. In altri termini, si sarebbe impegnato personalmente per farli condannare. Ha mantenuto la sua parola, giacché noi siamo restati in prigione quattro mesi. Lo stesso primo ministro si ostina a bloccare il progetto di depenalizzazione dei reati di stampa, che pure è stata una promessa elettorale del presidente della repubblica nel 2004. Dà precise istruzioni ai responsabili dell’amministrazione pubblica di impedire ai giornalisti di accedere alle informazioni. La minaccia dunque è permanente.
Il rimedio è soprattutto nelle mani dei giornalisti che devono impegnarsi perché la libertà di stampa sia realizzata in Niger e per la cancellazione delle norme liberticide. Occorre migliorare la formazione professionale dei giornalisti, attuare il contratto collettivo per rendere sicura la professione giornalistica. Bisognerebbe anche lottare per ottenere fondi di aiuto per la stampa, sempre votati dal Parlamento fin dal 2000, ma mai stanziati effettivamente.
Domanda: La Corte di Appello di Niamey ha deciso di mettervi in libertà provvisoria in apertura dell’udienza del 27 novembre 2006. Che cosa avete provato quando siete stati scarcerati?
Abou: Il sentimento che ho provato è stato soprattutto di fierezza per avere, ancora una volta, reso pubblico il modo catastrofico con cui è governato questo paese. Che cosa abbiamo fatto? Solo dato delle informazioni che dimostrano come il budget dello Stato è gestito male.
Pensiamo di avere lavorato per il bene della Nazione, ed è questo il compito di ogni giornalista. Questo mestiere deve controllare gli uomini politici che governano lo Stato in nome dell’interesse generale e impedire loro di sbagliare. Dunque io mi sento molto fiero per aver reso un servizio al mio paese. Ok, sono anche soddisfatto per l’ordinanza emessa dalla Corte di Appello. Quando siamo stati condannati dal Tribunale di prima istanza di Niamey a 18 mesi di prigione e 10 milioni di francs CFA (circa 20.000 dollari) per danni e interessi da versare al primo ministro Hama Amadou, si è creata una grande mobilitazione, sono state rivolte molte critiche a quella sentenza che era una sentenza politica.
Per questo, quando la Corte di appello ha pronunciato questa ordinanza, la soddisfazione è stata generale. Noi speriamo che il prossimo 12 febbraio la Corte non accoglierà la requisitoria del Procuratore Generale e farà giustizia assolvendoci.
Domanda: Subito dopo la vostra incolpazione, siete stati trasferiti alla prigione di Tera (183 km da Niamey) e di Figué (185 km) invece di essere trattenuti nella casa di arresto di Niamey. Come giudicate questa procedura?
Keita: Quando hanno deciso di trarci in arresto, hanno detto e scritto che saremmo stati detenuti nella prigione di Niamey. Ma poi noi stessi e i nostri avvocati abbiamo constatato che le cose sono andate in modo diverso. Il direttore è stato trasferito a Tera e io a Filingué. Naturalmente ci siamo indignati, ma la cosa ha indignato tutta l’opinione pubblica, perché si è subito compreso che il governo ci voleva punire, voleva intimorirci e abbatterci con una misura di isolamento totale.
Deportandosi in prigioni lontane, il governo sperava di demoralizzare anche i cittadini nigeriani che si sono mobilitati per questa vicenda. Sfortunatamente per lui e per il primo ministro, questi propositi non si sono avverati. La solidarietà dei concittadini non è venuta meno e anzi essi hanno avuto una dimostrazione di più di quale importante lavoro di denuncia aveva fatto Le REPUBLICAIN.
Abou: Quando siamo stati deportati, abbiamo sentito che – come era già accaduto anche negli altri processi che ci sono stati intentati nel passato – il ministro della giustizia e il primo ministro tentavano di manipolare la Giustizia, come fossero i nostri veri avversari. Nostro avversario non era lo Stato del Niger, ma piuttosto il primo ministro Hamam Amadou, del quale avevamo messo in dubbio la corretta gestione, cosa che peraltro abbiamo preso l’abitudine di fare dopo l’affare dei “Psop e Lap” ( Pagamenti effettuati senza stanziamento e senza lettera di autorizzazione. Si tratta dell’affare di due mandati di pagamento utilizzati abusivamente dal governo senza aver rispettato le corrette procedure), che già ci aveva portati in prigione nel 2003.
Dunque avevamo un contenzioso aperto con il primo ministro sulla questione del come gestisce i beni dello Stato. Allora, quando siamo stati arrestati e condannati dopo una parodia di processo in prima istanza, è come se fossimo stati rapiti. Ricordatevi che, all’inizio, il governo non voleva che nemmeno le nostre famiglie sapessero esattamente dove ci trovavamo.
Domanda: comunque ufficialmente siete sotto processo su richiesta del primo ministro per “diffamazione e propagazione di false notizie”, a seguito di un articolo intitolato “Hama sgancia l’occidente per l’Iran”, pubblicato su Le Republicain il 27 luglio 2006. Che cosa rispondete alle accuse?
Keita: Ufficialmente noi avremmo diffamato lo Stato del Niger, ma quando è cominciato il dibattimento e quando si è trattato di indicare a chi dovevamo risarcire il danno, ecco che il nome del primo ministro Hama Amadou è subito apparso. In ogni caso ci è stato rimproverato di avere scritto che Hama Amadou aveva cenato con l’ambasciatore iraniano e di avere annunciato che ci sarebbe stata un cambiamento nelle relazioni diplomatiche del Niger.
Durante il dibattimento davanti alla Corte di Appello, noi abbiamo confermato che il primo ministro aveva effettivamente cenato con l’ambasciatore e che la mappa diplomatica sarà ristrutturata. All’indomani della pubblicazione dell’articolo, il Ministero degli affari esteri ha emesso un comunicato per confermare questa ridefinizione della carta diplomatica. Il comunicato sottolineava che il Niger intrattiene importanti relazioni con l’Iran e altri Stati, relazioni che si intendono rafforzare.
In precedenza, il primo ministro, nella sua qualità di presidente del MNSD (Mouvement nazional pour la sociétè de developpement, il principale partito al potere) si era impegnato in diatribe contro gli occidentali che esigono una gestione più trasparenti delle risorse. Noi non abbiamo mai suggerito con chi il Niger deve intrattenere relazioni diplomatiche, noi abbiamo solo fatto una analisi su quello che stava accadendo.
Domanda: Quali sono state le condizioni della vostra detenzione?
Abou: il primo giorno erano abbastanza restrittive. Non potevamo comunicare con i congiunti, occorreva procurarsi un permesso speciale per poterci fare visita. Bisogna però riconoscere che in prigione non siamo stati torturati, solo impediti a ricevere visite nei primi giorni. Col tempo, poi, soprattutto per la pressione della stampa e dell’opinione pubblica nazionale e internazionale che era scandalizzata per il nostro imprigionamento, il governo è stato obbligato a ammorbidire la sua posizione, così ci è stato consentito di ricevere visite.
Domanda: Come avete passato il tempo durante i quattro mesi di carcerazione?
Keita: Bisognava adattarsi alla nuova situazione. Abbiamo passato il tempo tra la lettura e le visite dei parenti, amici, simpatizzanti. E’ diventata col tempo una routine.
Domanda: Come finirà questa faccenda?
Abou: Per il momento attendiamo che il processo abbia termine. D’altronde io personalmente sono già in libertà provvisoria per l’affaire “Psop” che ho denunciato nel 2003 e mi ha condotto in prigione. Dunque sono un uomo che sta sempre in libertà provvisoria. Perché noi non rinunceremo mai a fare le nostre inchieste sul modo in cui i dirigenti gestiscono gli affari pubblici e loro, a quanto pare, non hanno l’intenzione di rinunciare a mandarci in prigione.
Domanda: Come è il morale?
Keita: Non è mai cambiato fin dal giorno del nostro arresto. Sappiamo di difendere una causa giusta; noi denunciamo il malgoverno, la corruzione, la cattiva gestione dei beni pubblici. D’altra parte la mobilitazione a nostro favore dell’opinione pubblica interna e internazionale ci sostiene molto. Siamo determinati a andare fino in fondo.
Ecco la dichiarazione resa da Maître Bourdon William, uno degli avvocati francesi dei due giornalisti :
"Nous avons fait la preuve de la bonne foi de nos clients"
"J’ai un sentiment de soulagement parce que cette détention qui dure depuis plus de 3 mois était, non seulement excessive mais, vous savez, tout le droit international dit que priver un journaliste de sa liberté en raison de ses écrits en soi, constitue une violation des droits de l’homme. Je vous rappelle qu’ici à Niamey, il y a quelques semaines, les politiques, le Premier ministre et les acteurs des médias de ce pays, ont tous consi-déré qu’il fallait dépénaliser les délits de presse.
Cette décision, au fond, est fidèle aux engagements qui ont été pris par les politiques ; elle est fidèle au droit international et, je l’espère, elle est égale-ment fidèle au dossier. Je rends ici hommage aux magistrats qui ont présidé cette audience. Le dossier et les pièces que nous avons versées au débat démontrent que tout ce qu’ont écrit les journalistes était vrai. A partir de cet instant, il n’y a plus qu’une seule décision possible, c’est la relaxe.
Par ailleurs, s’agissant de la divulgation de fausses nouvelles, je crois qu’il faut être sérieux. Le fait de dire que le Premier ministre a l’intention de se rapprocher de Hugo Chavez ou du Premier ministre iranien, ce n’est pas déshono-rant, ce n’est pas infamant. Il y a tous les pays du Proche Orient et du Moyen Orient, la moitié de l’Afrique, de l’Asie qui courtisent ces pays.
Alors, pourquoi considérer ce qui est considéré comme flatteur par la moitié de la communauté internationale, comme déshonorant pour le Premier ministre ? C’est incompréhensible ! Et puis, il n’y a rien qui prouve que cette nouvelle est susceptible de troubler l’ordre public.
Moi, je suis confiant, après cette dé-cision, qui est une étape, qui n’est pas une décision définitive, que la décision ultime lavera définitivement mes amis journalistes pour lesquels j’ai beaucoup d’estime, de toutes ces accusations qui procèdent d’un mouvement de mauvaise humeur du Premier ministre.
Le procureur, dans son réquisitoire, dit d’une certaine façon, que la détention, ça suffit ! Elle est excessive ; il faut y mettre un terme. Ça, c’est dans le bon sens et, en même temps, il appuie pour qu’il y ait une condamnation ; pour que l’honneur du Premier ministre soit sau-vegardé ; c’est sa logique à lui. Mais nous, nous l’avons bien vu, nous avons bien entendu que l’argumentaire du procureur ne nous semble pas solide sur le plan juridique.
Et, je rappelle qu’au cours de cette procédure, mes confrères et amis nigé-riens, maîtres Coulibaly et Soulèye ont tout à fait démontré que cette procédure est irrégulière, échafaudée dans la pré-cipitation, elle est hypothéquée par beaucoup de nullités. Je répète que sur le fond - on peut penser ce qu’on veut
du Républicain - nous avons fait la preuve de la bonne foi de Maman Abou, du fait que ce qu’il avait écrit était vrai.
Après cette bonne décision de mise en liberté provisoire, nous sommes confiant qu’il y aura une décision de relaxe définitive.
Je pense que ces deux hommes n’ont pas encore la couverture internationale qu’ils méritent. Moi, je vais faire en sorte, ou essayer en tout cas, qu’ils bénéficient de cette couverture internationale. Je suis en contact avec Reporters Sans Frontiè-res, Amnesty International… qui déjà se sont préoccupés de leur situation.
Je voudrais qu’on s’en préoccupe plus et je dis que ces deux hommes sont des citoyens d’honneur du Niger, des citoyens d’honneur de l’Afrique et qu’ils mènent leur mission avec beaucoup de professionnalisme, beaucoup de courage. Et si effectivement, ils recevaient un jour un grand prix international pour leur dévoue-ment à l’Etat de droit et à la démocratie nigérienne, je pense que tout le monde en serait très fier".