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Perché sono contrario

Afrique Asie, maggio 2008

 

Tibet: perché sono contrario al boicottaggio

 

Il deputato Jean-Luc Mélenchon, membro del Partito socialista francese, deputato dell’Essonne e amico della Cina, spiega qui perché si è opposto al  boicottaggio dei giochi olimpici

 

di Jean-Luc Mélenchon

 

Io non sono un comunista cinese. Non lo sarò mai. Ma non sono d’accordo con le manifestazioni in favore del boicottaggio dei Giochi olimpici. Non sono d’accordo con l’operazione di Robert Ménard contro i Giochi olimpici di Pechino. Non sono d’accordo con la riscrittura della storia della Cina cui queste operazioni tendono. Io non condivido per niente l’ entusiasmo ebete per il Dalai Lama né per il regime che rappresenta. A mio giudizio il boicottaggio dei Giochi costituisce un’aggressione ingiustificata e insultante contro il popolo cinese. Se si voleva mettere in discussione il regime di Pechino, lo si sarebbe dovuto fare al momento della scelta di Pechino per i Giochi. Si sarebbe dovuto escludere la candidatura della Cina. Lo si sarebbe dovuto dire in Cina. Quello che oggi viene fatto costituisce un insulto gratuito ed ingiustificato contro i milioni di cinesi che hanno voluto e preparano attivamente i Giochi. Secondo me, su questo pentolone aleggia un nauseabondo fetore di razzismo!

 

Un pretesto

Se un boicottaggio deve essere organizzato, in una coerente logica aggressiva, non è quello dello sport, che è un momento di apertura e di fraternizzazione. Perché non piuttosto quello degli affari e della finanza? Naturalmente nessuno degli attivisti mondani attuali propone o avvia qualsiasi iniziative in questa direzione. Se ci si doveva veramente arrabbiare col governo cinese, perché in questa occasione non si è fatto nemmeno il minimo di quanto si fa nelle normali relazioni tra le nazioni? Il Presidente della Repubblica cinese (quanti dei protestatari si preoccupano di sapere come si chiama?) è stato interpellato? Gli si è chiesto qualche cosa? Che cosa? Cosa ha risposto? Il primo ministro (quanti si sono preoccupati di conoscere il suo nome?)  è stato interpellato? L’Ambasciatore cinese in Francia è stato ricevuto e si è discusso con lui? Chi se ne preoccupa? Con una tracotanza che assomiglia al razzismo, si protesta contro un governo del quale non si citano nemmeno i nomi dei dirigenti e che si considera come se non esistesse. La superbia occidentale nega perfino il nome a governanti che dirigono un popolo di un miliardo e quattrocento milioni di persone, che si crede sia tanto stupido da poter essere dominato da una semplice polizia politica! In termini generali, vedendo tutto questo, io sento l’eco del disprezzo dei coloni che hanno imposto a suo tempo, con le armi, l’obbligo per i Cinesi di commerciare l’oppio! Se la volontà è quella di affrontare il regime politico di Pechino, nessuno dei mezzi usati è in grado di modificare qualsiasi cosa che non sia l’opinione occidentale, già assolutamente consolidata sul punto.

Dunque gli avvenimenti del Tibet sono un pretesto. Un pretesto interamente costruito ad uso di un pubblico condizionato dalla ripetizione di immagini che tendono a creare un’evidenza  più che una riflessione. Esempio: solo l’inchiesta di Arret sur images (sito di riflessione critica sui media, ndr) riferisce che gli “avvenimenti del Tibet” sono cominciati con un pogrom di commercianti cinesi da parte di “Tibetani”. In quale paese al mondo fatti del genere non sarebbero stati repressi? La vita di un commerciante cinese ha meno valore di quella di un manifestante tibetano che l’assassina a colpi di bastone nella via? Molta dell’amicizia manifestata ai Tibetani non è che una nauseabonda variante del razzismo contro i Cinesi. Essa si nutre di tutti i fantasmi che l’ignoranza favorisce. Che la repressione sia stata dura è forse indubbio. Come calcolarla? Le uniche cifre continuamente ripetute sono quelle del “Governo tibetano in esilio”.  Tuttavia il Governo cinese, se ho ben  capito, denuncia anch’esso un numero di morti e feriti che consente di capire che vi è stata una situazione grave e seria ammessa dalle autorità. In qualsiasi altra circostanza si sarebbe tentato di comparare le informazioni. Si sarebbe tentato di interpretare i fatti. Altrimenti sarebbe come dire che il governo francese dell’epoca ha ordinato di spingere due giovani in una cabina elettrica a Clichè-sous-Bois in quanto conduceva allora una politica di mano dura nei confronti delle banlieues. Nessuno oserebbe affermare una stupidaggine tanto infame. Anche durante le rivolte urbane nordamericane la repressione ha la mano pesante. Tutto questo non vuole essere una scusa. Ma significa che bisogna interpretare gli avvenimenti. 

 

Un personaggio sospetto

Io esprimo le più grandi riserve nei confronti dell’azione politica del signor Robert Ménard, principale organizzatore delle manifestazioni anticinesi. In questi giorni, a proposito del Tibet e dei giochi olimpici, si vede solo Robert Ménard. Parla – sembrerebbe- a nome di Reporters sans frontières. Questa associazione si riduce alla persona di Robert Ménard. Diversi ex membri del consiglio di amministrazione potrebbero dirla lunga sulle concezioni democratiche del signor Ménard e della sua associazione. Quando mi sono trovato negli studi radiofonici di France Culture, dove venivo intervistato sul Tibet e i giochi olimpici , i signori Marc Kravetz e Alexandre Adler sono rimasti in silenzio quando io ho affrontato la questione del ruolo svolto dal signor Ménard. Non possono quindi essere sospettati di piaggeria nei miei confronti… A microfono spento, entrambi hanno espresso riserve assai forti sui metodi usati dal personaggio Robert Ménard. Maxime Vivas  ha messo insieme una analisi documentata assai inquietante su questo personaggio e le sue fonti di finanziamento.

Qualsiasi cosa sia, sembra che d’ora in poi rimpiazzerà i sindacati dei giornalisti, l’associazione internazionale dei diritti dell’uomo, Amnesty e così di seguito. Qualche volta rimpiazza perfino il Dalai Lama. Robert Ménard sostiene il boicottaggio dei Giochi  ed è quello che non fa il Dalai Lama. Questi afferma al contrario che il popolo cinese merita i Giochi. Robert Ménard è un difensore dei diritti umani a geometria variabile. Ha forse intrapreso una sola azione, anche solo simbolica, quando gli USA hanno legalizzato la tortura? Ha intrapreso una sola azione perché i detenuti di Guantanamo fossero assistiti da avvocati? Robert Ménard ha comportamenti tali da suscitare domande molto serie a proposito delle motivazioni del suo agire.

 

Il regime teocratico è indifendibile

A proposito del Tibet. Il Tibet è cinese dal XIV° secolo. Lhassa era sotto l’autorità cinese e poi manciù prima che Besançon o Dole fossero sotto l’autorità dei re di Francia. Parlare di “invasione” nel 1959 per designare un momento della rivoluzione cinese è aberrante. Si dice forse che la Francia abbia “invaso” la Vandea, quando gli eserciti della nostra Repubblica vi sono entrati contro gli insorti realisti? Il Dalai Lama e gli altri signori tibetani hanno accettato tutto ciò che la Cina comunista propose e offrì loro, come per esempio il posto di vice presidente dell’Assemblea Popolare, che “sua santità” ha occupato senza storcere il naso. Questo fino al giorno del 1956 nel quale il regime comunista ha deciso di abolire la servitù della gleba nel Tibet e nelle regioni limitrofe. Con una rottura delle tradizioni, che io approvo completamente, i comunisti hanno abrogato i codici che classificavano la popolazione in tre categorie e nove classi, specificando il prezzo della vita di ciascuna, codici che attribuivano ai proprietari dei servi e degli schiavi il diritto di vita, di morte e di tortura su di essi. In quel regime non si parla dello stato delle donne. Ma, avedno sufficiente sangue freddo, è possibile farsene un’idea. L’autorità comunista ha posto fine alle lotte violente tra i capi locali del presunto paradiso della non-violenza, così come alle sanguinose punizioni che i monaci infliggevano a coloro che contravvenivano alle regole religiose delle quali essi erano guardiani. La versione tibetana della charia ha avuto fine con i comunisti. La rivolta del 1959 fu preparata, armata, sostenuta e finanziata dagli Stati Uniti nell’ambito della guerra fredda. Ecco quali sono le affascinanti tradizioni del regime del Dalai Lama prima dei comunisti e dell’orribile “invasione” che ha posto loro fine.

In seguito, la scolarizzazione dei bambini tibetani ha toccato l’81%, mentre era al 2% ai tempi benedetti delle tradizioni. E la speranza di vita nell’inferno cinese contemporaneo ha prolungato la vita degli schiavi di questa valle di lacrime da 35,5 a 67 anni. In virtù di quanto sopra l’annientamento dei Tibetani si è realizzato col raddoppio della popolazione tibetana dopo il 1959, essendo passata da un milione a due milioni e mezzo.
Per tutte queste ragioni la situazione merita migliore approfondimento e, prima che prudenza, maggior rispetto per i Cinesi invece dei clichè ridicoli divulgati da gente che non vorrebbe né per sé, né per i loro compagni e figli, un regime così penoso come quello del re dei monaci buddisti del Tibet.

Oggi come oggi io non provo alcuna simpatia per il “governo tibetano in esilio” , nel quale sua santità ha l’ultima parola su praticamente tutte le questioni, nel quale siede un numero di componenti della sua famiglia che è assolutamente inabituale trovare in un governo, sia pure in esilio, senza parlare della loro occupazione dei posti-chiave della finanza e degli affari di questo esilio. Io rispetto il diritto di sua santità di credere quello che vuole e anche quello dei suoi sostenitori. Ma mi riservo il diritto di essere in totale disaccordo con l’idea del loro regime teocratico. Sono anche contrario al reclutamento di bambini nei monasteri. Mi oppongo all’esistenza della servitù della gleba. Io sono laico dappertutto e per tutti e dunque totalmente contrario all’autorità politica dei religiosi, anche di quelli che l’album Tintin au Tibet ha reso commovente e che non vi sono tuttavia mai stati.
Io disapprovo anche le prese di posizione del “Re dei monaci” contro l’aborto e gli omosessuali.
Anche se non violente e circondate da sorrisi, le sue dichiarazioni su questi temi mi sembrano arcaiche e il suo progetto politico teocratico.

Non ho mai sostenuto l’ayatollah Khomeiny, anche quando sono stato contro lo scià di Persia. Non sostengo a maggior ragione, né incoraggio il dalai lama, né nella sua religione che non mi riguarda, né nelle sue pretese politiche che disapprovo, né nei tentativi secessionisti che condanno. Mi chiedo: perché, per esercitare e dirigere la sua religione, il dalai lama avrebbe bisogno di uno Stato? Uno Stato che, per costituirsi, sottrarrebbe alla Cina un quarto della sua superficie! Il suo attuale magistero morale e religioso soffre forse di non essere seduto su di alcun trono?

 

Fomentatore di guerra

Per quello che concerne il diritto internazionale la geopolitica, il dossier del Tibet, così come viene presentato dai suoi sostenitori, è un fattore di violenze, di guerre e destabilizzazioni di dimensioni pari a quello dei Balcani. A quale Tibet si pensa? Il “gran Tibet” che includa regioni come lo Yunnan e il Sichuan, sui territori degli ex signori della terra dove sono state organizzate dei disordini in contemporanea con quelli di Lhassa? Certamente nessuno di quelli che in questo momento si agitano si preoccupa di sapere di cosa si tratti. Niente descrive meglio il paternalismo neocoloniale né il razzismo di fondo che agita l’entusiasmo pro-tibetano che l’indifferenza per queste questioni che mettono a rischio la vita di milioni di persone ed in discussione secoli di storia e di cultura cinese.

Ho letto che gli atleti francesi porteranno una maglia con una scritta un po’ standardizzata presentata come una protesta politica. Io so bene che la scritta “Per un mondo migliore” non costa niente in Cina come qui. Ma essa sarà certamente percepita dai Cinesi come un atto ingiurioso se sarà reso noto la sua finalità pro dalai lama. Forse è anche un po’ oltre le regole dello sport internazionale. Ricordiamoci che la Lega europea  di nuoto ha escluso dai campionati d’Europa di nuoto il nuotatore serbo Milorad Cavic perché portava dopo la premiazione una tee-shirt sulla quale stava scritto “Il Kosovo è serbo”. Questa decisione farà giurisprudenza? Ai campioni francesi che porteranno uno slogan annunciato come politico saranno vietati i Giochi? Certamente no! Perché l’obiettivo è che il Tibet sia per i cinesi quello che il Kosovo è stato per i Serbi. Ma tra le due cose non vi è niente di comparabile, a parte la volontà di distruggere il nemico e la messa in scena mediatica, è molto probabile che tutto questo  metterà piuttosto in confusione gli aggressori. Me lo auguro. Io sono un amico della Cina. E so che l’interesse del mio paese e i suoi valori non sono là dove si vorrebbe trascinarli.