Raúl Reyes assassinato dal fascismo colombiano
di Alessandra Riccio
Tutto è avvenuto all’alba del primo marzo, mentre Raúl Reyes (uno dei tanti nomi di battaglia di Guillermo Enrique Torres, noto anche come Luis Edgard Evia) dormiva nel cuore della foresta equatoriana a due chilometri dalla frontiera con la Colombia. E tutto è stato eseguito in perfetto stile israelita: una serie di bombe mirate hanno centrato il piccolo accampamento tenuto sotto mira da un satellite statunitense e individuato senza ombra di dubbio da un delatore che ha ricevuto 2.7 milioni di dollari per tradire i 18 compagni delle Farc lì rifugiati. Un commando è poi penetrato per i 1.800 metri necessari a riscattare il cadavere del portavoce di Marulanda, il ministro degli esteri delle Farc, l’uomo che aveva messo in moto il rilascio di alcuni sequestrati come gesto di buona volontà e sotto la garanzia del Presidente del Venezuela, Chávez, per portarlo a Bogotà ed esibirlo alla stampa e alle televisioni come una inestimabile preda di caccia.
Il Presidente Uribe ne ha fatto un grande spettacolo, trascurando il rischio di confessare lo sconfinamento del suo esercito in territorio equatoriano e le reazione che ciò avrebbe suscitato, sentendosi forte dell’appoggio degli Stati Uniti che della guerra al terrorismo hanno fatto uno strumento “ad usum delphini”. Ma sta correndo un grosso rischio: intanto il presidente dell’Ecuador, al quale Uribe aveva fornito una falsa versione dei fatti, ha ritirato il suo ambasciatore ma, cosa davvero grave e pericolosa, Chávez non intende far finta di niente e non solo ha ritirato l’ambasciatore ma ha concentrato carri armati e forza aerea lungo la frontiera con la Colombia dichiarando che non solo non tollererà sconfinamenti nel suo territorio ma che è disposto ad andare in aiuto di Correa se Uribe dovesse ripetere simili imprese.
L’ira di Chávez non riflette solo i pessimi rapporti storici fra i governi dei due paesi ma anche e soprattutto, in questo momento, la rabbia per un gesto folle e codardo che rischia di mettere in pericolo la vita delle altre decine di sequestrati ancora nelle mani delle Farc, prima fra tutte quella di Ingrid Betancourt, affetta da una grave epatite e ormai allo stremo delle forze. Gli sforzi della senatrice Piedad Córdoba e di Hugo Chávez, che ha investito molto in questo sforzo umanitario rischiano di andare perduti ma addirittura c’è il rischi di un conflitto armato in America Latina che sarebbe davvero rischiosissimo. Farebbe solo l’interesse degli Stati Uniti e della politica di George W. Bush che, distratti dai gravi problemi conseguenti alle guerre in Afganistan e in Irak, hanno rallentato la vigilanza sullo scacchiere latinoamericano dove sono fioriti governi di carattere popolare e antimperialistico che minano il dominio nordamericano su quei territori.
L’assassinio di Raúl Reyes rischia di avere conseguenze molto gravi e mette ancor di più allo scoperto il ruolo del governo della Colombia al servizio degli Stati Uniti ai quali lo legano gli interessi capitalistici, geopolitica e di narcotraffico. Le Farc, in un comunicato assai tempestivo, si sono impegnate a mantenere aperto il canale umanitario dei rilasci unilaterali degli ostaggi, nonostante il pericolo che le difficili manovre per depistare l’esercito colombiano e l’intrico della selva producono. Vogliono essere riconosciute come una forza politica del paese, una forza antimperialista e anticapitalista che da cinquanta anni combatte e governa in una parte non piccola del territorio colombiano. E’ la loro condizione per dire addio alle armi, ma Uribe, che pure ha avuto il coraggio di riconoscere le forze paramilitari che oggi siedono perfino in parlamento, non ne vuole sapere. A quanto si dice, forte dell’appoggio politico degli Stati Uniti e di quello militare dei commandos israeliani, ha tentato un’operazione di forza che se ha tolto di scena il numero due della guerriglia colombiana, rischia di portare incalcolabili e gravi conseguenze al suo paese e al resto dell’America Latina.