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Santa Cruz

il manifesto del 21 Dicembre 2007

 

Bolivia, Santa Cruz contro Evo per terra, tasse e gas
Approvato sabato scorso in risposta alla costituzione nazionale voluta da Morales, la ricca provincia di Santa Cruz ha il suo nuovo statuto autonomista. Ecco cosa vuole il fronte anti-Evo

 

PABLO STEFANONI
Sana Cruz


«Questa è un'altra Bolivia, qui non viviamo alle spalle dello stato, qui lavoriamo e produciamo», dice la commessa del caffè a pochi minuti dal centro di Santa Cruz, e dietro di lei sobbollono le chiacchiere sul tema onnipresente di questi giorni: lo statuto autonomista approvato sabato scorso e acclamato da migliaia di cruceños.
Più che l'escissione del paese, ciò che annuncia nuvole nere sono le competenze che le province di Santa Cruz, Tarija, Beni e Pando vogliono togliere al governo centrale. Le costituzioni provinciali - che dovranno essere ratificate da un controverso referendum - mettono in chiaro che i governi locali aspirano a definire la politica delle terre, imporre tasse e co-amministrare con lo stato nazionale le risorse naturali non rinnovabili, come il gas.
Sul terreno tributario, lo statuto cruceño assegna al futuro organo legislativo locale non solo il potere di creare nuove imposte ma anche quello di raccogliere quelle destinate al governo nazionale, in un sistema di compartecipazione delle regioni allo stato. Non è poca cosa: questo dipartimento dell'oriente boliviano produce il 30% del Pil e genera circa il 40% di tutte le entrate fiscali del paese.
I dipartimenti vogliono anche le competenze, sebbene «condivise con il governo nazionale», dello sfruttamento del gas, cosa che permetterebbe la creazione di imprese provinciali e di autonomi accordi con le transnazionali installate in Bolivia. Nonostante più dell'80% del gas sia a Tarija, le transnazionali hanno sede a Santa Cruz, e la cosa alimenta fantasmi di supposti «progetti separatisti».
Dove la dirigenza cruceña non vuole avere nulla a che fare con lo stato centrale è sul tema della terra. Come prova di buonafede lo statuto autonomista comprende un inciso su «persecuzione e lotta al latifondo». Ma dati i vincoli con le terre dei politici «cambas» (i boliviani bianchi di pianura, opposti ai «kollas» indigeni delle montagne) genera scintille la clausola che delega ai governatori l'emissione di titoli agrari «irreversibili» e il controllo dell'adempimento della funzione economica e sociale delle proprietà rurali. Lo stesso accade con la competenza delle provincie nel rilascio di concessioni forestali prevista nello statuto autonomistico. La terra è quindi un tema tra i più scabrosi, in un paese dove si uccide e si muore per un pugno di metri quadrati. La Bolivia ha avuto una delle riforme agrarie più radicali del continente nel 1953, applicata da milizie campesine armate, ma riguardò solo l'occidente boliviano. Le terre più fertili, che oggi si dividono tra la coltivazione della soja e l'allevamento, stanno a oriente.
Il direttore del «Centro di studi giuridici e investigazioni sociali» (Cejis), Leonardo Tamburini, spiega al manifesto che dopo il boom della soja negli anni '90 si è prodotto un processo di forte alienazione - nel senso di cessione a stranieri - della proprietà rurale. «Nel 2004 il 30% della superficie coltivata a soja era in mano ai brasiliani, e una parte importante si divide tra mennoniti, israeliani, russi e argentini», spiega l'esperto. Per complicare ulteriormente la cosa, l'Assemblea costituente nazionale ha deciso di costituire una consulta per definire se il limite dei latifondi sarà di 5mila o 10mila ettari, cosa che molti analisti considerano inutile (con l'argomento che non è possibile fissare estensioni massime senza prendere in considerazione la produttività di ogni regione) e fonte addizionale di conflitti. Da parte dei gruppi industriali, invece, l'analisi è semplice: Evo vuole spolpare il paese per beneficiare la sua gente, i campesinos e gli indigeni dell'occidente boliviano.