Il Rapporto del mediatore dell’O.N.U. riaccende le tensioni in Kosovo
Lunedì il mediatore O.N.U., l’ex presidente finlandese Martti Ahtisaari, ha consegnato al Consiglio di sicurezza il piano che, di fatto, propone l’indipendenza del Kosovo dopo una fase nella quale sarà mantenuto il controllo internazionale.
Le agenzie parlano di “indipendenza sorvegliata” della provincia che, formalmente, continua ancora oggi a fare parte del territorio della Serbia.
A Belgrado la leadership serba è unita nel dire no. Il filoccidentale presidente Boris Tadic ha inviato un messaggio al sottosegretario USA Nicholas Burns, nel quale ribadisce che la Serbia si “oppone energicamente” alla proposta di Ahtisaari. Ha aggiunto: “Qualsiasi forma di indipendenza del Kosovo è per noi inaccettabile”. Sulla stessa linea l’ex premier, il nazionalista moderato Vojslav Kostunica, che si è rivolto alla Russia chiedendo il suo veto contro il proposito di “togliere alla Serbia, un paese riconosciuto all’ONU, il 15% del suo territorio”, considerato da tutti i serbi come la culla “irrinunciabile” della loro storia.
E la Russia non si mostra indifferente. Già il 19 marzo, durante la discussione sul futuro del Kosovo, l’ambasciatore russo alle Nazioni Unite, Vitaly Ciurkin, aveva lasciato l’aula in segno di protesta contro il rapporto dell’inviato dell’O.N.U., il tedesco Joachim Rucker, giudicando la sua posizione “parziale e inappropriata” e accusandola di appoggiare apertamente l’indipendenza della provincia a maggioranza albanese.
Ora il ministro degli esteri russo, Serghei Lavrov, conferma la posizione critica di Mosca, insistendo “per il rispetto di tutte le parti in causa, per consolidare la stabilità e non per minarla. Sia in Kosovo che in Bosnia-Erzegovina” e ammonisce: “Nel Consiglio di sicurezza la Russia non resterà passiva, la discussione riguarderà l’attuazione della risoluzione 1244”, quella cioè che recepì gli accordi di Kumanovo del 1999, firmati dopo la “guerra umanitaria” tra la Repubblica Federale di Jugoslavia e la Nato, che permettevano sì l’ingresso della Nato in Kosovo, ma anche la restituzione della provincia alla Serbia sei anni dopo.
La leadership kosovaro-albanese esulta, è impresentabile ma ottiene l’indipendenza nonostante il paese sia nelle mani dei clan della droga, dei traffici di armi e degli aiuti internazionali. la Lega democratica che fu di Ibrahim Rugova è in frantumi: al premier Agim Ceku hanno arrestato per traffico di valuta il suo principale consigliere e Ramush Haradinaj - che prima di morire Rugova aveva nominato premier, proprio mentre il Tribunale dell’Aja lo incriminava per crimini contro l’umanità – è stato di recente definito dal procuratore Carla Del Ponte un “gangster in divisa” e su di lui pendono ben 37 capi di imputazione.
Nei sette anni che sono seguiti alla “guerra umanitaria” della Nato vi è stata da parte albanese una vera e propria contropulizia etnica, con 200.000 serbi in fuga e altrettanti rom, 1800 persone uccise (serbi, rom e albanesi moderati), con altrettanti desaparecidos e 150 monasteri ortodossi distrutti.
Il Kosovo oggi è una mina nella quale la comunità internazionale continua a esercitare l’arte dell’apprendista stregone. Tadic ha dichiarato che non muoverà l’esercito, ma a Belgrado è ancora in ballo il nodo del governo e le elezioni di fine anno sono state vinte dagli ultra-nazionalisti.
Fonte: ANSA e IL MANIFESTO