La Liberté 9 marzo 2008
Violenze in Africa
Esasperazione sociale e malessere politico
di Djamel Bouatta
Niente funziona più in Africa. Le piaghe delle guerre etniche e dei conflitti di confine fondati su interessi spesso mafiosi non si erano ancora rimarginate, che il continente è colpito da un nuovo tipo di crisi di ordine sociale che lascia intravedere tutti i problemi della transizione verso la democrazia.
Le violenze che scuotono il Camerun ed il Burkina Faso, dopo il Kenia, sono espressione di una esasperazione generalizzata delle precarie condizioni di vita ma anche di malessere politico. In Camerun l’aumento del prezzo della benzina ha messo fuoco alle polveri. Bilancio: almeno 17 morti in una settimana. In Burkina Faso, l’aumento dei prezzi ha allo stesso modo spinto migliaia di giovani in piazza. Altrove, la situazione è ugualmente elettrica a causa del rincaro dei prodotti di prima necessità e dell’incapacità degli Stati a governare il doppio effetto della mondializzazione e dell’abbandono del loro ruolo regolatore. In tutti i paesi africani la crescita dei prezzi non è che il fattore di aggravamento del malessere politico. Le proteste si susseguono e sono incoraggiate dalle difficoltà di regimi che, non solo hanno fallito l’obiettivo di sradicare la povertà, ma non si schiodano dalle loro poltrone, anche a costo di violare la democrazia perfino nelle regole procedurali.
Il “buon governo” che l’Unione Africana ha iscritto sul suo frontespizio, per sottolineare la sua discontinuità con l’OUA, diventata un semplice sindacato dei capi di stato, resta un’idea puramente astratta. Sékou Mohamed Diakité, responsabile del Consiglio nazionale delle organizzazioni della società civile in Guinea, riassume bene la questione all’agenzia di stampa francese: i popoli africani sono anche vittime del malgoverno, soprattutto della corruzione e della gestione calamitosa delle ricchezze e dei redditi nazionali. “Senza un riaggiustamento dei salari dei lavoratori – conclude – lo scontro è inevitabile”. Anche nei paesi dove crescita c’è stata, come il Kenia, la distribuzione delle ricchezze è stata iniqua. Per restare all’esempio di questo paese faro dell’Africa dell’est, l’esplosione sociale c’è stata nonostante indicatori macro-economici favorevoli, perché gli abitanti delle bidonville e del paese profondo non avevano potuto approfittare anche loro della buona occasione. E la rielezione, contestata dall’opposizione, del presidente Kibaki, si è trasformata presto in crisi politica grave con un migliaio di morti e più di un milione di sfollati fuggiti dalle violenze che hanno assunto caratteri di genocidio. C’è stato bisogno della mediazione di Kofi Annan, ma soprattutto delle pressioni di Washington, perché Kibaki accettasse di dividere il potere con l’opposizione che ha vinto le legislative. In Camerun il presidente Paul Biya, al potere dal 1982, tenta attualmente di far approvare una revisione costituzionale che gli consenta di ricandidarsi nel 2011. Le manifestazioni contro il carovita sono diventate mano mano manifestazioni contro la sua volontà di non abbandonare la poltrona. I Camerunesi hanno capito che potevano, senza mettersi d’accordo, provocare delle sollevazioni che destabilizzassero il regime al potere. In Burkina, stessi ingredienti e probabilmente stesso scenario in prospettiva. Le popolazioni rifiutano il sistema del presidente Blaise Compaoré, nonostante egli vinca sempre alle elezioni. Qui, come dappertutto in Africa, chi è al potere non permette che nasca un’alternativa a sé stesso e abusa dei mezzi dello Stato per durare. Nei paesi dove esiste una qualche forma di vita politica, essa è generalmente fittizia e senza alcuna vitalità. Tanto che in Senegal l’opposizione ha scelto di boicottare le elezioni legislative del 2007. In Cote d’Ivoire, dove la situazione è impregnata di violenza, la vita politica è caotica. La promessa del presidente di organizzare una competizione democratica resta una vaga promessa. La caricatura è lo Zimbabwe, il cui presidente si prepara a mettersi in tasca un altro mandato il prossimo 29 marzo. Nonostante i timori espressi dall’opposizione, la Comunità di sviluppo dell’Africa (SADC, Africa Australe) sta per sentenziare che le elezioni dello Zimbabwe saranno libere ed eque! Robert Mugabe, la cui elezione nel 2002 è stata giudicata fraudolenta, aspira ad 84 anni ad un sesto mandato, benché sia stato accusato di aver rovinato il suo paese. L’inflazione è arrivata al 100.000% in gennaio, la speranza di vita è scesa al di sotto dei 36 anni. Il PIL è sceso del 30% in otto anni. L’Africa riposa su una polveriera. I più poveri e quelli che lo diventano non hanno niente da perdere, la violenza è il loro ultimo modo per esprimersi. La gioventù africana potrebbe sopportare la situazione se le prospettive fossero migliori. Ma non è questo il caso.
D. Bouatta