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Violenze urbane

Le Monde diplomatique 22 maggio 2008

Violenze urbane in Africa del Sud

 

Da dieci giorni la popolazione dell’Africa del sud assiste, sgomenta e impotente, all’estrema violenza contro i residenti stranieri delle bidonville. Tutto ha avuto inizio l’11 maggio ad Alexandra, l’emblematica township situata nella prossima periferia di Johannesburg, a pochi passi dall’ultramoderno quartiere degli affari di Sandton. Le aggressioni si sono rapidamente estese ad altri quartieri, provocando 42 morti ed un gran numero di feriti, seminando il panico. Più di 16000 persone hanno abbandonato il loro shack , cercando rifugio nelle chiese, nei posti di polizia, nelle scuole…
La polizia, aiutata dall’esercito, ha arrestato 400 persone. Gli aggressori se la sono presa con gli stranieri che vivono senza documenti nei loro quartieri, in fuga soprattutto dalla repressione politica e dalla crisi economica dello Zimbabwe, che accusano di rubare loro lavoro e alloggi.

Chiuso in un atteggiamento oramai classico di negazione, il governo di M. Thabo Mbeki si è affrettato a puntare il dito contro una sinistra “terza forza” – ricordando che nel 1994 elementi favorevoli all’apartheid avevano cercato di seminare zizzania tra l’African National Congress (ANC) e l’Inkhata Freedom Party, per provocare violenze fatte passare come interetniche. Dal canto suo, l’ANC, oramai diretta da M. Jacob Zuma, attribuisce la responsabilità del caos ai “fallimenti del governo”.

In difficoltà sulle questioni energetiche (con le interruzioni di elettricità che hanno afflitto il paese dall’inizio del 2008), sui temi degli alimenti (con l’aumento dei prezzi) e sulla criminalità, questo governo in scadenza si mostra ugualmente incapace di governare la crisi degli alloggi  che ha lasciato crescere nel paese. Con la progressiva estensione dello Slums Act, una legge finalizzata a sradicare le bidonville, è sembrato che considerasse sufficiente decretrane la soppressione e procedere ad espulsioni manu militari perché i poveri se ne ritornassero a casa loro.

All’inizio dell’anno abbiamo incontrato ad Alexandra, nella zona di Malboro South, gli abitanti di una fabbrica, dimessa dopo la rivolta antiapartheid del 1986 e occupata abusivamente da allora. Si aspettavano di vedersi notificare da un momento all’altro un atto di espulsione, perché gli ex proprietari avevano ottenuto dalla Giustizia la restituzione dei loro beni… All’interno della fabbrica vivevano duecento famiglie, installate in capanne di legno e cartoni ammucchiati come un castello di carte a due piani (“Siamo come gli uccelli, costruiamo il nostro nido in alto!”) Un solo letto poteva servire quattro persone che vi dormivano a turno. Mancando l’elettricità, ci si scaldava con la paraffina, col rischio di provocare un incendio. Sud africani di recente venuti dai bantustan, Zimbabwiani o Mozambicani senza documenti vivevano l’uno accanto all’altro in pieno accordo, sedendosi ogni sera insieme sul muretto del cortile di cinta per discutere. Lavoravano come agenti della security o come operai per dei salari di fame; con 35 rands al giorno, circa 2 euro, insufficienti anche a pagare il trasporto, bisognava andare a lavorare a piedi. “Noi proveniamo da luoghi diversi e ciascuno ha le sue abitudini. Non ci siamo messi d’accordo per preparare da mangiare in comune”, spiegava con rammarico M. White, uno degli abitanti, un sudafricano. Ognuno per sé, dunque, ma piuttosto compagni di galera che partigiani della guerra civile.

Molte organizzazioni hanno deciso di coordinarsi per garantire la sicurezza di tutti i residenti e scongiurare nuovi crimini – dimostrando così lo scarso credito di cui gode una polizia, più temuta che rispettata. Bisognerà, quando la situazione si sarà normalizzata, che la popolazione sia associata ad un vero piano di riabilitazione di questi quartieri.

Philippe Rivière