I giornali marocchini, soprattutto l’ossequioso Aujourd’hui, ci informano che Sua Maestà il re Mohammed VI, che Dio l’assista, ha celebrato la cerimonia della Laakika di Sua Altezza Reale la Principessa Lalla Khadija, l’ultima rampolla di casa reale. E’ nata il 28 febbraio e, come nella Napoli di Franceschiello, l’avvenimento è stato salutato da folla di popolo, apparizione reale al balcone, parate militari per le vie della capitale.
La cerimonia della Laakika è antica, si celebra il settimo giorno dalla nascita ed è come un battesimo. Si festeggia col sacrificio di uno o due montoni. Naturalmente il re ha optato per due e ha ordinato il sacrificio al suo ciambellano di corte ed al Ministro della giustizia.
Dopo, la guardia reale ha esploso un tiro a salve d’onore, mentre l’orchestra eseguiva una partitura intitolata “khamssa ou khamssine” e sono stati offerti agli illustri ospiti datteri e latte.
Grazia si. Secondo la migliore tradizione delle monarchie assolute, in occasione del felice evento, il re Mohammed VI, che Dio l’assista, ha ordinato una grazia totale per 8836 detenuti e un condono parziale in favore di altri 24.218.
E’ il provvedimento più ampio dopo quello del 16 novembre 2005, quando erano stati graziati 10.000 detenuti in occasione del cinquantesimo anniversario dell’indipendenza del Marocco
Ma niente Corte penale internazionale. E’ ufficiale da qualche mese, il Marocco rifiuta di ratificare il trattato istitutivo della Corte penale internazionale che pure aveva firmato nel settembre del 2000. La CPI è competente a perseguire le persone accusate di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Il suo statuto è stato adottato dalla comunità internazionale il 17 luglio 1998 a Roma. La scusa trovata per giustificare il voltafaccia è risibile: Mohamed Benaissa, ministro degli Esteri, ha dichiarato infatti che lo statuto della Corte internazionale ha punti di contrasto con la Costituzione marocchina. Facile domandarsi come mai il pool di illustri esperti governativi abbia avuto bisogno di oltre sei anni per accorgersene, visto che il trattato era stato firmato dal Marocco l’8 settembre 2000. E come mai non se ne fosse reso conto prima, dal momento che aveva avuto due anni per studiarlo, da quando, nel giugno 1998, il testo era diventato oramai definitivo.
Solo gli Stati Uniti hanno fatto di meglio, perché Clinton lo aveva firmato e anche ratificato prima che Bush decidesse di fare marcia indietro. Ma almeno lì si spiega con l’arrivo al potere di un gruppo politico allergico al multilateralismo e imbevuto di teorie sulla superiorità nordamericana.
Nessun rivolgimento politico può spiegare invece il cambio di rotta del Marocco, le cui ragioni vanno cercate certamente nelle pressioni nordamericane, ma anche in altro.
E infatti il ministro Benaissa, per giustificare il rifiuto di ratificare il trattato, ha invocato il rispetto della sovranità nazionale che si concretizza, all’occorrenza, nella irresponsabilità giuridica del monarca. Siccome secondo la Costituzione marocchina il re non può essere processato, sarebbe incostituzionale accettare la possibilità ch’egli possa essere sottoposto a una giurisdizione internazionale. Vale la pena ricordare che la Corte penale internazionale non si occupa certamente di delitti comuni, ma di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, insomma di comportamenti che sono considerati talmente inaccettabili dalla comunità internazionale da giustificare una limitazione di sovranità da parte dei paesi aderenti.
Ma forse è proprio questo che spaventa il governo marocchino, la possibilità che un giorno il sovrano e i suoi ministri possano essere chiamati a rispondere dei crimini commessi nel Sahara occidentale illegalmente occupato dal Marocco, della confisca della identità nazionale del popolo saharawi, delle sparizioni, degli assassini attraverso i quali cercano di mantenere il proprio dominio su un territorio che dovrebbe essere libero .
Resta comunque che, ancora una volta, il Marocco si è posto fuori dalla legalità internazionale.